021 – Alcune considerazioni sul mondo del lavoro oggi

Non era colpa sua se era così.

Non era colpa sua se si sentiva come un albero sul quale pendeva sempre un impedimento che le impediva di crescere e di svilupparsi armoniosamente.

Non era colpa sua se, francamente, era troppo innocente.

 

 

Mi sono chiesta il perché del lavoro. “Il lavoro dà dignità”, “il lavoro dà soldi”, “il lavoro rende autonomi”, dicono.

No, non è così. Non per me.

Il mio modo di essere è estremamente positivo. Sarei sempre di buon umore se le circostanze esterne non mi avessero portato a soffrire di anoressia nervosa, di depressione e di disturbi ossessivo-compulsivi.

Parlo per esperienza personale. Dal momento che le circostanze esterne a cui ho accennato prima non sono migliorate, le mie esperienze lavorative sono sempre state non pienamente soddisfacenti. È come se ogni volta mancasse qualcosa, ben più di una virgola.

Anche volendo trasporre il discorso dal piano personale a quello generale – sebbene, com’è ovvio, usando il mio punto di vista -, il rapporto tra essere umano e lavoro non sembra essere soddisfacente. Secondo me, soddisfacente non lo è neanche per chi, vivendo in circostanze esterne felici, affermi di amare il proprio lavoro. Cerco di spiegarVi il perché.

Oggigiorno non si può vivere senza lavorare. Tenete bene a mente che sto parlando di oggi, della situazione attuale, quindi del piano sincronico, sebbene il discorso che sto per fare potrebbe essere applicato e risultare vero per tutte le attività lavorative salariate, quindi almeno dal Medioevo italiano comunemente inteso a oggi, ovvero escludendo le società il cui modello economico era (o è) basato sullo schiavismo.

Lavorare oggi significa guadagnare. O meglio, sebbene io non abbia dati a suffragio della mia ipotesi, se chiedessimo a un lavoratore qualsiasi perché lavori, questi risponderebbe che lo fa per denaro – cioè per guadagnarsi da vivere – quasi sicuramente come prima opzione, e non perché gli piaccia farlo. Per meglio dire, chi risponderebbe affermando di lavorare per amore del proprio lavoro, sarebbe una esigua minoranza. La verità è che oggi si è disposti a tutto pur di fare soldi, anche a costo di sacrificare i propri sentimenti, le proprie emozioni, insomma, l’essenza di sé. E anche se in questo caso, come nel precedente, io non abbia dati in favore della mia ipotesi, credo che la stragrande maggioranza di chi è disposto a sacrificare le cose più intime di sé per fare soldi sia composta da gente – quella sì – senza dignità. Gente che il capitalismo ha conquistato nel cuore e nella mente. Gente già economicamente abbiente di suo, ma che per guadagnare di più scende a compromessi, accettando regole, imposizioni, clausole perfettamente estranee alla loro natura intrinseca, qualsiasi essa sia.

Civiltà idiota, quella attuale. Il mondo del lavoro è un mondo di ricatto per la quasi totalità dei casi. Un mondo di privazione dei diritti fondamentali. La felicità personale è un diritto fondamentale. La libertà è un diritto fondamentale. La libertà di scegliere, di fare quel che si vuole di sé, della propria mente e del proprio corpo, senza imposizioni moralistiche o pseudo-morali, solitamente provenienti dal mondo della Chiesa, del patriarcato e del capitalismo stesso.

Qual è, allora, una possibile soluzione alla situazione attuale e che sia realmente applicabile? Guardate, il motto “lavorare meno per lavorare tutti” – sebbene sia applicabile se solo cambiasse la volontà politica di tenerci schiavi e per giunta precari in un mondo in cui lavoriamo per riempire la pancia e le tasche di chi di soldi ne ha già e in abbondanza -, non risolve il problema alla radice. Infatti, anche se lavorassimo tre o quattro ore al giorno pur guadagnando gli stessi soldi (il che, ripeto, è in teoria assolutamente fattibile), il problema non verrebbe risolto o eliminato, ma solo spostato o deviato. E temo che, fintantoché vigerà il sistema capitalistico dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo per guadagnarci un tozzo di pane, il problema resterà senza soluzione.

Si badi che… non credo di essere contro il sistema monetario. Sebbene non ne sia sicura, non credo che il sistema monetario si debba esprimere obbligatoriamente in un sistema capitalistico. D’altro canto, un qualsiasi mezzo per il pagamento di beni e servizi è comunque necessario nel mondo occidentale moderno, laddove nessuno si procura più il cibo da sé ma si affida ad altri per il proprio sostentamento, in una catena che va dalle merci che si trovano comunemente sugli scaffali del supermercato o sulle bancarelle del mercato fino al seme interrato dalle sapienti mani del contadino.

Un ritorno alle origini. Forse è proprio quello di cui abbiamo bisogno.

In poche parole, non ho – ahimè – una soluzione, nemmeno una teoria personale, su come uscire dal vortice dello sfruttamento del lavoro oggi. Ci sono troppi fattori concomitanti in gioco, e di portata troppo ampia per poter abbozzare un’ipotesi di risoluzione al problema. Tuttavia, mi sento di darVi dei consigli che risulterebbero già noti per chi mi seguisse: non inquinate; pretendete che chi aspetti ingiustamente qualcosa da voi abbia già dato a sua volta quel qualcosa ingiusto ad altri in precedenza; tornate un attimo alle origini, almeno nella vostra più profonda intimità; i padroni di voi stessi siete solamente voi stessi. Non abbiate padroni all’infuori di voi.

Consiglio a tutti, indipendentemente da quanto possiate essere o meno d’accordo con le mie parole, la lettura del saggio L’illusione della libertà di Mirco Mariucci, che ringrazio per la sua disponibilità e intelligenza. Quest’illuminante opera sarà di sicuro aiuto per chiunque volesse approfondire l’argomento trattante il rapporto tra lavoro e tempo della vita a cui ognuno di noi fa quotidianamente fronte. Potete scaricare gratuitamente il testo di questo saggio afferente al settore della socio-economia direttamente dal seguente link (il testo è di dominio pubblico): Mirco Mariucci – L’illusione della libertà.

 

Mirco Mariucci - L'illusione della libertà - Copertina ridotta

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020 – Prìvati degli orpelli

Via, non ci siano segreti tra noi.

Non so più chi io sia. Non lo so più.

So solo che tre giorni fa stavo parzialmente meglio dell’altroieri, l’altroieri meglio di ieri, ieri meglio di oggi… e così via.

«E così via».

La matematica e la fisica vogliono che un moto perpetuo resti costante nel tempo, senza subire variazione alcuna.

Sebbene questa sorta di definizione sia vera, ho sbagliato a parlarne in questa circostanza. Anziché parlare di moto perpetuo, nel mio caso sarebbe più opportuno parlare di moto rettilineo uniformemente accelerato. Se infatti si trattasse di moto perpetuo, il mio modo di sentirmi sarebbe costantemente uguale da tre giorni a questa parte, ponendo come inizio del periodo in questione il 2 maggio 2019. – Cavolo, ma siamo già al 5 maggio? –

Però qui si tratta a grandissime linee di un moto rettilineo uniformemente accelerato. Perché dico “a grandissime linee”? Per due motivi fondamentali: in primo luogo, perché non so quanto possa essere rettilineo; e in secondo luogo, perché non so quanto possa essere uniformemente accelerato, laddove il cuore del mio dubbio risiede nella parola ‘uniformemente’.

Ah, se la matematica riuscisse a spiegare i moti intimi di ciascuno di noi… a me non cambierebbe niente.

La matematica può, a mio avviso, spiegare moltissime cose. No, non mi azzardo a dire che possa spiegare “tutto”, perché non ho conoscenze sufficienti che possano avallare la mia ipotesi. Ma so che può spiegare moltissime cose. Il che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Che cos’è “tantissimo”? Come lo quantifichiamo? Non a caso, nella grammatica italiana, questo aggettivo e pronome rientra nella categoria degli indefiniti.

Se esistesse un modo per dare un esatto valore matematico a ogni minima sfumatura dell’umore umano e a ogni evento che possa accaderci in vita, incrociando i dati in un – immagino – complicatissimo giuoco (ma sì, vediamola come un gioco) di funzioni complesse (sempre che il genere umano non si estingua prima di tale giorno)… che cosa succederebbe? Succederebbe che ogni momento, ogni secondo, ogni minuto, ogni giorno, ogni anno… in altre parole, ogni singolo segmento della nostra vita acquisterebbe un valore matematico. Però tale valore matematico, di per sé, varrebbe solo fino a quell’istante di vita. Cioè, non avrebbe un valore utile per la predizione di eventi futuri.

Siamo sicuri? Se fosse davvero possibile attribuire un valore matematico per ogni istante della vita di ognuno di noi così come per quelli di un qualsiasi gruppo di esseri umani aventi un’influenza più o meno diretta su noi medesimi… non sarebbe forse possibile prevedere i movimenti futuri per ciascuno di noi e per gli stessi gruppi? Forse, a questo punto, sarebbe più probabile vincere al Superenalotto giocando un’unica combinazione una sola volta in vita propria.

Già.

Non penso, cari miei, che la superstizione comunemente intesa sia più vicina alla matematica di quanto pensiamo. Ci manca solo che la predizione diventi una nuova branca scientifica, una nuova scienza, sebbene, qualora si verificassero tutte le ipotesi formulate in precedenza, questa teoria non sarebbe nemmeno così improbabile come potrebbe sembrare in un primo momento.

Confesso che non avrei voluto condividere questa riflessione con voi. Questa, e neppure le precedenti. Non so esattamente per quale motivo.

Vi abbraccio forte. Ciao.

018 – Indefinito

È da qualche giorno che desidero scrivere qualcosa; ma che cosa, non saprei. “E allora perché stai scrivendo adesso, se non sai bene neanche tu che cosa riportare?”, vi direte. E io vi dico che avete ragione.

Sono solita pubblicare articoli in cui parlo concretamente di qualcosa: di un fatto d’attualità, di politica, più raramente di religione… Invece, questa volta, non ho niente di concreto di cui parlarvi. “E perché parlare del più e del meno, come stai facendo tu, adesso, in questo preciso istante, non dovrebbe essere qualcosa di concreto?”, vi chiederete. E vi dico ancora una volta che sì, avete ragione. Parlare del nulla cosmico, del nulla più assoluto, può essere anch’esso argomento di un post; anzi, un articolo che non si focalizzi su alcun tema specifico – o “concreto”, come detto poc’anzi – potrebbe risultare addirittura meno banale e scontato rispetto ad altri. Scrivere del nulla: è una virtù, questa, a parer vostro?

Secondo me, sì. Vi dirò di più: sono dell’idea che non si possa scrivere del nulla. Quando si scrive, si scrive necessariamente di qualcosa, fosse anche solo la pura condivisione di sentimenti. E qui si apre un altro capitolo, un’altra porta: è possibile condividere sentimenti veri, reali, profondi, puri con la sola parola – una parola per di più scritta, dunque non letta da una persona terza che possa apportare nuovi elementi all’elaborazione di emozioni – una parola che non sia la propria voce interiore?

Ogniqualvolta leggiamo una qualsiasi cosa, la nostra voce interiore si fa carico della lettura. In realtà non ne sono sicurissima, ma credo che si tratti proprio della nostra voce, sebbene interiorizzata. Talvolta provo a sostituire la mia voce con quella di un’altra persona, una persona da me mai conosciuta nella realtà, ma solo nella mia immaginazione: non funziona che per una ventina di secondi, se va bene. Sì, mentre leggo penso al fatto che io stia leggendo con il mio tono di voce, con il mio timbro, con il mio volume tipici. Questo mi crea problemi, perché così facendo non riesco a concentrarmi sulla comprensione dei contenuti che vado via via leggendo. Il risultato è che devo sempre rileggere da capo uno stesso pezzo di testo, anche tre, quattro, cinque volte. Potete immaginare che questo mi crei problemi nello studio.

Volevo condividere con voi un’altra riflessione a proposito dell’argomento “scrivere del nulla”. Credo che scrivere – in generale, non importa che cosa – risponda sempre a una esigenza naturale di espressione. Pertanto, anche quando si scrivesse teoricamente del nulla, noi caricheremmo o contrassegneremmo ugualmente le nostre parole con le nostre tonalità più tipiche, ovvero noi veicoleremmo ugualmente dei sentimenti al pubblico, indipendentemente dall’argomento trattato, che sia il nulla cosmico o il tutto universale. Non c’è testo che non veicoli un sentimento, un’emozione. Mai. Tanto nello scritto quanto nel parlato e nelle loro varietà intermedie.

Avevo iniziato a scrivere questo post quando ero ancora pervasa da un sentimento assimilabile alla rabbia, alla frustrazione, alla tristezza e anche alla rassegnazione. Qualcosa – non so che cosa di preciso – mi ha spinto a scrivere questo post come reazione al mio stato d’animo. Come risultato delle tendenze negative caratterizzanti i miei moti interiori, sembravo essere diventata apatica. È forse cambiata la situazione, adesso?

Non molto. Sto meglio, sì, ma potrei stare meglio. Bel gioco di parole. A proposito, potrei scrivere un giorno dei giochi linguistici con cui ero solita giocare anni fa. Vedremo. Per il momento, vi ringrazio dell’attenzione dedicatami. A presto.

016 – Riflessioni incipitarie

Sono convinta che, di questo passo, non cambierà mai niente. Meglio, non cambieremo mai niente; le ingiustizie avverranno sempre e sempre esisteranno gli sfruttati e gli sfruttatori.

Sappiate che la situazione è estremamente grave. So che un mondo migliore, meravigliosamente migliore è possibile. Forse quanto più è sporco e gravido di nefandezze questo mondo reale, tanto più facilmente mi riesce immaginarne uno perfetto. Però, date queste premesse, la sua realizzazione sembra impossibile.

Ma non è così. C’è ancora una via d’uscita. A dire il vero, ce ne sono diverse. Dobbiamo muoverci in qualche modo, dobbiamo muoverci in una direzione che reputiamo essere giusta. La gente di senno, coscienziosa, consapevole, non prenderebbe mai una via opposta a quella volta alla realizzazione di un mondo giusto; tra l’altro, non sono rimaste molte vie d’uscita peggiori di quelle intraprese dal nostro governo, da Israele o dagli Stati Uniti d’America.

Qualcuno diceva che riconoscere la causa dei propri mali sarebbe già stato un ottimo punto di partenza verso la risoluzione degli stessi. Reputo questa frase vera. Ma ciò non toglie che un punto fondamentale verso la costruzione di un mondo migliore sia progettare il nuovo percorso di vita, atto questo forse ancora più importante – in valore assoluto – del riconoscimento delle cause dei mali, propri e altrui.

E cominciamo, dunque. Cominciamo a enumerare i mali del capitalismo. Sapete bene che la lista è lunga; a mio avviso, enumerare tutte le scelleratezze, gli abomini e i crimini del capitalismo in un unico post di blog motivando la loro mostruosità, come desidero fare, risulterebbe un’operazione fin troppo elaborata e farraginosa e, di conseguenza, potrebbe impedire una lettura scorrevole del testo.

E allora, come faccio? Partirò da un esempio concreto per poi eventualmente legare il ragionamento ad altre liane, ciascuna delle quali rappresenta un male del capitalismo.

Gli immigrati. Partirò parlando delle tragedie che portano nel proprio cuore i superstiti delle traversate della speranza. La causa delle loro morti e, prima ancora, delle loro partenze dai lager libici e, prima ancora, dai loro territori originari ricade tutta sulle spalle dell’Occidente. Del “civilissimo” Occidente. Di quell’Occidente che prima deruba i popoli del loro suolo, delle loro risorse minerarie e agroalimentari depauperandone i territori e che poi si rifiuta di accoglierli. Non basteranno milioni di scuse verso i migranti a cancellare la nostra repellente impronta di matrice neocolonialista. Sì, neocolonialista. Non voler capire o rifiutarsi di capire che il problema delle migrazioni di massa è causato dallo stile di vita occidentale, dalle nostre finte esigenze, dai nostri sprechi enormi nella vita di ogni giorno, significa rendersi complici di questo massacro quotidiano per il quale no, non voglio restare a guardare immobile.

L’Occidente posa le proprie fondamenta sull’oppressione. Non ne vado fiera, affatto. Se l’Impero romano era diventato così grande, questo era successo perché le legioni romane sconfiggevano militarmente, dunque con grande spargimento di sangue e col sacrificio di innumerevoli innocenti, le popolazioni che andavano via via incontrando lungo il proprio percorso di espansione. E poco importa che gli antichi romani scegliessero di accogliere quanto più possibile le religioni e le culture dei popoli che sottomettevano di volta in volta: la sete di potere aveva mostrato il suo volto, già allora, anche prima di allora e fino ad oggi.

Non ci sarà mai pace sulla Terra finché qualcuno desidererà avere più di quanto non abbia un altro. Forse, non ci sarà mai pace sulla Terra finché su di essa regnerà il genere umano. Ma di questo parlerò in un altro articolo.

 

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001 – Essere atei, riflessioni linguistiche

Gentili lettori, gentili lettrici,

…perché non ho messo prima la forma al femminile piuttosto che quella al maschile, giacché le donne sono già duramente penalizzate da questa società? Perché mi suonava meglio così. Forse è stata la forza dell’abitudine nel sentire o leggere sempre i medesimi incipit a spingermi a scrivere così.

Sono di nuovo qui. Di nuovo, perché in passato ci sono già stata. Sono la reincarnazione di me stessa. È troppo blasfemo dire così? Ma lasciateci in pace, per cortesia. Forse questo non è il posto migliore per i credenti in una qualsiasi fede. Ma l’ateismo è una fede? A parer mio non lo è, e vi spiegherò a breve il perché. Sebbene il termine “fede” sia intriso di referenti appartenenti al mondo del cattolicesimo, non è per questo motivo che l’ateismo non può costituire una fede. Per me è un ossimoro dire: “sono di fede atea”. Se andate sul vocabolario online della Treccani, infatti, noterete che i primi due significati del termine ‘fede’:

1.a. Credenza piena e fiduciosa che procede da intima convinzione o che si fonda sull’autorità altrui più che su prove positive;
1.b. Il complesso delle proprie credenze, dei principî fermamente seguiti,

con i relativi esempi, escludono l’esistenza di una fede atea. Una fede, cioè, nell’inesistenza di una qualsiasi divinità. Se siete convinti che possa reggere l’affermazione “essere di fede atea”, provate a sostituire il termine ‘fede’ con un sinonimo che possa stare al suo posto. Si potrebbe così dire, o scrivere: “essere fiduciosi [nell’essere atei]”, oppure “credere [nell’ateismo]”. Ma credere è un atto di fede. Si crede in qualcosa di cui non si ha piena certezza, altrimenti si sa. E gli atei sono convinti che un dio non esista. Sanno che un dio non esiste. Ne sono sicuri. Se non ne fossero sicuri, non sarebbero atei.

Desidero analizzare solamente la situazione, le conseguenze sul piano linguistico di una tale affermazione. Dunque: dire che a) “gli atei credono che un dio non esista” è diverso dal dire che b) “gli atei sanno che un dio non esiste”? La mia risposta è: (e lo si può notare anche solo graficamente dall’uso dei differenti modi verbali in ambo le frasi). In a), gli atei credono (= non sono del tutto convinti) che non esista alcun dio; in b) gli atei sanno (= sono certi) che non esiste alcuna divinità.

Un ateo, in generale, chiunque esso sia, per definizione non crede. Un ateo, almeno formalmente, non può credere di non credere, ma sa di non credere. La parola “ateo”, come qualsiasi altra parola, è come una sfera nella quale sono distinguibili due parti: uno strato esterno e un nucleo interno. Esternamente un ateo ci dice che è convinto dell’inesistenza di una qualunque divinità. Ma se sia giunto a questa convinzione perché sa per certo (avendo quindi le prove) che una divinità non c’è, oppure perché crede (ed è insicuro) che una divinità non esista, sono particolari che non emergono dalla patina esteriore della parola… ma queste sono questioni che esulano dal cuore della mia riflessione attuale, e non voglio che la inficino.

In definitiva, lo ripeto: per me è un ossimoro dire: “sono di fede atea”, perché ‘essere di una certa fede’ indica che si è arrivati a quella determinata convinzione con un salto nel buio, cioè senza vagliare l’intera catena di cause e di effetti che hanno portato, dall’inizio alla fine, a quella determinata convinzione (in questo caso, all’essere atei). Un ateo, allora, non crede che non esista un dio: lo sa.