017 – Ancora sul capitalismo

Sono giunta da qualche tempo alla seguente conclusione: non c’è pace senza lotta. Democraticamente non si raggiunge alcun traguardo di pace, al limite solo compromessi che, come sempre, vanno contro gli interessi delle masse. Tuttavia, la lotta medesima contro il potere di qualsiasi tipo ha un valore nullo se manca di coesione, di cooperazione. Saremo sempre impotenti se noi, massa, non ci coalizzeremo per abbattere il nemico comune: il capitalismo e le sue forme, tra le quali contiamo la produzione e la vendita di armi contro nemici immaginari. La radice è il capitalismo, che va estirpata come si estirpa una pianta infestante.

Il capitalista non ha amici che non siano altri capitalisti (e anche qui, con cautela), ma solo nemici. Il capitalismo, di per sé, è la negazione dei valori sui quali si fondano le comunità umane: la cooperazione, la socializzazione, la solidarietà, il mutuo aiuto, il donare incondizionatamente. Tali virtù cozzano prepotentemente contro i “valori” del capitalismo, che fonda le sue basi sull’avarizia, sull’individualismo, sull’aridità di cuore. Tutto questo porta inevitabilmente all’accumulo indefinito di capitale nelle mani di pochissimi a scapito delle masse. Ho letto che otto uomini possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone nel mondo. Vi pare giusto? In tutta onestà: che cosa c’è di giusto in questo? Per quanto un individuo possa lavorare duro, per quanto possa sudare, per quanta responsabilità si celi dietro il suo lavoro, niente giustifica un dislivello così elevato. Assolutamente niente. Invece gli operai, i metalmeccanici, i fonditori, i manovratori di macchine, ecc., per la società capitalistica valgono pressoché zero. Perché? Perché sono milioni, e per il capitalista se ne muore qualcuno non è certo una tragedia. Questi operai assomigliano alle numerosissime api operaie solo per la loro caratteristica di essere sempre al servizio del proprio superiore: del datore di lavoro nel caso degli operai, dell’ape regina nel caso delle api operaie, per la quale esse possono sacrificare la propria vita. Ma vi è una differenza fondamentale tra gli operai umani e le api operaie: mentre i primi lavorano rispettando obbligatoriamente le condizioni stabilite dal capitalista (il quale può decidere di abbassare lo stipendio, di licenziare i propri lavoratori con sempre maggiore facilità, di interferire sulle concrete modalità di esercizio dei diritti sindacali, di compiere atti persecutori nei confronti dei propri dipendenti salvo poi ricattarli, ecc.), le api operaie affrontano la propria attività secondo natura. Esse non si ribellano all’ape regina loro madre, perché la stessa ape regina non agisce tirannicamente nei loro confronti. È la natura che detta loro le regole, non il denaro.

Da quando avete iniziato a leggere il presente articolo, è stata disboscata un’area di foresta pluviale amazzonica pari a venti campi di calcio. Il motivo principale di questo scempio è fare spazio agli allevamenti di bestiame, la cui carne va a finire nelle catene di fast food. È una vecchia storia, un fenomeno noto col nome di ‘hamburger connection’. Tra i principali complici di questo dramma ambientale si annoverano McDonald’s, Burger King e le grandi multinazionali alimentari Bunge e Cargill, che acquistano i raccolti delle monocolture intensive rese possibili dall’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri. I soli Stati Uniti importano il 33% di tutta la carne di manzo del mercato mondiale per il consumo di fast food. Se siete consumatori di questo tipo di cibo spazzatura, a voi va tutto il mio disprezzo, il quale aumenta proporzionalmente all’aumentare del vostro consumo di fast food.

Dunque le cose stanno così. Ci dicono che il nemico comune è il terrorismo, quando invece esso si nasconde nella nostra “civilissima” civiltà occidentale. I suoi luoghi più rappresentativi sono le fabbriche di armi, i pozzi petroliferi, i conti off-shore, i palazzi e i salotti del potere, di ogni potere, ma non solo. Il capitalismo si annida in ogni luogo di interazione tra due o più individui di cui almeno uno abbia una posizione di rilievo, gerarchicamente dominante sulle altre. Le decisioni che fanno comodo a un pugno di uomini vengono prese senza tener conto delle ripercussioni che esse provocano sulle popolazioni civili. Spostare un confine, annettere un territorio a una determinata nazione, “conquistare” nuovi territori per dimostrare di essere potenti come risposta alla propria impotenza sessuale, apporre il marchio trionfale dell’impero sulle province o sulle colonie neo-acquisite: queste e altre azioni aberranti sono il riflesso della stupidità umana. Tutto il male di cui un essere umano è capace, presto o tardi si ritorce contro lui medesimo, contro tutti i civili che non hanno preso parte alle campagne di conquista (e di cui, al contrario, sono vittime) e contro tutti gli esseri viventi in generale. Ma tutti gli esseri viventi, vegetali e animali, costituiscono la base del sostentamento e del benessere umani: se tale base verrà distrutta dall’uomo, l’uomo stesso si autodistruggerà. Che è quanto sta accadendo. Stupido chi non lo vede.

 

Amazzonia-disboscamento

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010 – L’amalgama del potere

Lavoriamo per noi stessi? No. La stragrande maggioranza degli occupati lavora per rendere mobile la società nella quale viviamo, oliandola allorquando paghiamo le tasse. Abbiamo già pagato troppo di tasca nostra. Con tutti quei soldi, con tutti i nostri soldi, avremmo diritto a servizi molto più dignitosi. Ma i soldi vanno a finire sempre nelle mani dei soliti ignoti; sì, a noi ignoti, i quali sono noti, notissimi – se non amici intimi – degli addetti ai lavori. Mafia, politica, lobby, servizi segreti: quattro settori così intimamente connessi da non potersi non accorgere dell’amalgama che ne esce fuori. Ne viviamo le conseguenze ogni giorno, in maniera più o meno diretta. Ma non facciamo niente per andare finalmente tutti quanti insieme contro il sistema.

La mafia, ad esempio, trae beneficio non solo dal pizzo, ma da tantissime altre attività illecite, nella maggior parte dei casi compiute con la condiscendenza della classe politica dominante e/o dirigente. Come il riciclaggio di denaro sporco, la cui puzza si sente lontano un miglio – anzi, migliaia di miglia, fino agli Stati Uniti d’America – a cui potenti compagnie private o semi-private non resistono, lasciandoci lo zampino. La traccia lasciata dal loro zampino viene talvolta scoperta, altre volte no. Quando viene scoperta, non è detto che se ne parli. Se se ne parla, lo si può fare in due modi: o raccontando tutta la verità dei fatti (il che non succede quasi mai, perché i pochi coraggiosi che lo fanno rischiano quotidianamente di perdere la vita per amor di verità); oppure raccontando menzogne, bugie pesantissime in grado di manipolare fette enormi di popolazione, la quale spingerà al potere il politico che dà ai disonesti maggiori garanzie di poter operare illecitamente sotto la sua guida e di poter essere al contempo immuni dalla giustizia sotto la sua egida. La gente manipolata è costituita da individui che non si informano a fondo sui fatti (la qual cosa è in parte comprensibile, dal momento che la verità è paragonabile a un ago in un fienile di cinquecento metri quadri ricolmo di foraggio, laddove il foraggio simboleggia in questo caso il marciume politico-economico-mafioso segreto). Eppure, non è detto che qualora si scopra la verità essa venga detta apertamente, ovvero che se ne parli pubblicamente, che si denunci l’intero sistema di corruzione. No, perché fin quando si opera all’intero del sistema corrotto, è rarissimo che qualcuno vi si metta contro. Così facendo, infatti, si rischia ancora una volta di finire ammazzati. Si preferisce dunque vigliaccamente salvaguardare la propria vita insabbiando le prove che avrebbero portato alla pubblica denuncia del marciume. E questo accade non solo in politica, ma parzialmente nello stesso mondo della magistratura, macro-organo preposto per definizione all’applicazione della giustizia in tutte le sue parti.

quando si scopre la verità - schema

Prima ho scritto che «la verità è paragonabile a un ago in un fienile di cinquecento metri quadri ricolmo di foraggio, laddove il foraggio simboleggia in questo caso il marciume politico-economico-mafioso segreto». Per delineare l’entità, o i contorni della cattiva informazione, si potrebbe ricorrere anche all’immagine di un tumore che, più o meno lentamente, danneggia l’organismo dal quale pur trae il suo sostentamento.

Finitela dunque di immaginare la mafia come un fenomeno a parte, staccato dagli atri settori della vita pubblica. Finitela di immaginare il mafioso come un uomo con la coppola e la lupara in mano. Le figure così definite, in questo modo un po’ folkloristico e un po’ grottesco, sono a un passo dal tramonto, sebbene resistano ancora nell’immaginario collettivo. Ma state pur tranquilli che la nuova mafia, quella del XXI secolo, è composta da colletti bianchi, da imprenditori, da “cavalieri del lavoro”, da manager, da banchieri, in generale da ricchissimi che «continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica» (1). E questo quando nel mondo una persona su dieci (soprav)vive con meno di due dollari al giorno.

(1) Internazionale.it, Otto uomini possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale, 16/01/2017, http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/16/otto-uomini-ricchezza-oxfam

 

 

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