006 – Stupide imposizioni

Sono nella biblioteca della facoltà di Filosofia, dipartimento di Romanistica, Germanistica e Anglistica. Ho appena finito di scrivere un compito. Devo ancora consegnare tre lavori: uno entro la prima decade di marzo, il secondo entro la fine di marzo, l’altro entro la prima decade di aprile. Devo farlo. La società attuale ci spinge sovente a fare cose che non vogliamo fare. Questa svogliatezza è in parte dovuta all’effettiva inutilità – e, talvolta, anche dannosità – dei compiti ai quali siamo sottoposti, e dall’altra parte a un nostro difetto caratteriale, in ogni caso negativo, che va mutato.

Lavorare è bene, ma non nei termini e nelle condizioni che ci impone la società capitalistica. Vediamo da un lato gente che si suicida perché costretta a lavorare troppo, dall’altro lato gente che si suicida perché non lavora. Squilibri economici e sociali, esagerazioni da un lato e dall’altro che non portano mai a nulla di buono.

Guardavo prima fuori dalla finestra. Ho visto alcuni uccelli, di cui due corvi. E ho pensato: “Loro, liberi. Io, qui dentro”. Loro sono guidati dagli istinti della sopravvivenza e della conservazione della specie. Anche gli esseri umani. Ma allora perché loro non fanno le cose che fa solo il più stupido delle creature abitanti il pianeta? Loro non sono stupidi, né intelligenti. Non si può parlare di intelligenza né per gli animali domestici, né per quelli selvatici. Noi consideriamo intelligente un cane che si agita al pensiero del cibo quando sente determinati rumori e quando vede determinati movimenti da parte del suo padrone. Ma questa non è intelligenza. Si tratta di suoni e di azioni abituali a cui il cane sa per esperienza che segue l’offerta del cibo da parte del padrone. Gli animali, tutti, si adattano alle condizioni ambientali che li circondano. Il loro comportamento è dettato dai sentimenti. Amano chi si prende cura di loro, si fidano dello sconosciuto che dona loro una carezza per strada e vi si legano al punto da seguirlo, riponendo in lui ogni loro speranza di un futuro migliore.

L’uomo invece deve essere intelligente. E già solo in questo sta tutta la sua stupidità. Per meglio dire, la sua stupidità non sta nel fatto di dover essere intelligente, ma nel dover apparire tale. La sua stupidità sta nel comportarsi come la società dice che sia giusto, corretto, “intelligente” comportarsi.

Mi fermo qui per il momento.
A presto.

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005 – Come una bolla d’aria

Buongiorno a tutti.

Finalmente ho preso la decisione di scriverVi. In realtà non è la prima volta che avrei voluto pubblicare qualcosa dopo il post 004 – Rompi gli schemi. Ci sono stati dei giorni, infatti, in cui avrei voluto condividere con Voi i miei sentimenti. Ma non l’ho fatto; non per mancanza di tempo, non per mancanza di voglia, ma per vergogna. La vergogna di non riuscire a scrivere qualcosa che potesse suscitare il Vostro interesse. In quel tentativo avevo cominciato a scrivere più o meno le stesse cose che state leggendo adesso: i convenevoli, la mia difficoltà nello scrivere qualcosa che potesse destare il Vostro interesse e la mia difficoltà nel decidermi a pubblicare le mie parole.

Sapete da dove nasce la mia difficoltà nel pubblicare un post del genere? Dal fatto che finora non ho detto nulla di concreto. Nulla. Non ho parlato di alcun tema in particolare; ho solamente denunciato la mia difficoltà nel pubblicare un post che non focalizzi l’attenzione su di una tematica ben precisa, esattamente come nel caso del presente articolo. Ecco, il fatto di scrivere del (quasi-) niente è per me motivo di vergogna. Ma se state leggendo queste parole, la vergogna è stata da me superata. È questo un qualcosa di positivo o di negativo, aver superato la vergogna per aver pubblicato un post che non parla di niente? Dovrei pensarci per dare la risposta. La risposta non deve essere per forza solo sì o solo no, ma anche una via di mezzo che comprenda le motivazioni afferenti a entrambe le possibili scelte. A me piacciono le risposte motivate. Da questo punto di vista mi piacciono anche le risposte sbagliate, purché appunto motivate.

Stavo dimenticando di dirVi che il mio saluto iniziale (“buongiorno”) non va inteso in senso “letterale”, ma nel senso più generale di “ti/vi saluto” che soprastà anche alle altre forme di saluto, come buonasera, ciao, ecc. Dico questo perché potrebbe capitare che qualcuno di Voi legga le mie parole in un momento della giornata in cui non si userebbe più la formula di saluto “buongiorno”. Ho voluto fare questa precisazione per evitare di passare per una persona superficiale che non si interessa delle istanze dei proprî lettori.

Adesso è meglio se finisco qui il mio messaggio, giacché la fiamma, la propulsione iniziale che mi ha spinto a scriverVi va man mano esaurendosi. Però ricordateVi che nei giorni in cui non scrivo alcun post potrei avere voglia di farlo, ma non sapere bene che cosa scrivere. Vale dunque il discorso aperto – e fra poco chiuso – nel presente articolo.

Buona giornata (inteso non per forza in senso “letterale”).
Vi abbraccio, statemi bene.

004 – Rompi gli schemi

Rompere gli schemi ha sempre suscitato in me sensazioni positive, forse perché ho agito in questa direzione poche volte, dal momento che escludendo queste piccole azioni di ribellione, ho sempre ubbidito al volere delle autorità, vale a dire di familiari, educatori, compagni di classe pericolosi. D’altro canto, la sensazione di purezza, di freschezza, di giovialità che provo ogni qual volta rompo uno schema prestabilito da una qualsiasi autorità, può essere spiegata prendendo in considerazione non soltanto la bassa frequenza delle volte in cui mi ribello alla volontà educatoriale di maestri, professori, genitori, ecc., ma anche per via della giustezza che questo atto comporta nei miei stessi confronti.

Vi faccio un piccolo esempio. Oggi pomeriggio avrei dovuto seguire due lezioni di due ore cadauna. Quattro ore all’università, quattro ore del mio tempo che avrei sprecato, se avessi deciso di prendervi parte. Non sono contro l’istruzione, ma contro l’attuale sistema d’istruzione. Il che è diverso. Un po’ come alcuni europei che, stufi dell’aumento dei prezzi di beni e servizi nel proprio Paese, credono che il rimedio migliore per porre fine alla riduzione del loro potere d’acquisto sia ritornare alla vecchia valuta. Il ragionamento è sbagliato, illogico. Notate anche voi che il discorso non fila, che al suo interno vi è un salto, un corto circuito. La soluzione non sta nell’eliminazione del mezzo, ma nell’eliminazione (o nel cambiamento) del sovra-sistema che regola il mezzo e le sue interazioni all’interno del sub-sistema. Se sostituiamo la parola ‘sovra-sistema’ con “sistema capitalistico”, ‘mezzo’ con “moneta” e ‘sub-sistema’ con “sistema economico”, la frase precedente diventa così: la soluzione non sta nell’eliminazione della moneta, ma nell’eliminazione (o nel cambiamento) del sistema capitalistico che regola la moneta e le sue interazioni all’interno del sistema economico (di un determinato paese).

Associo il sistema capitalistico all’ideologia fascista, e cioè nei seguenti termini. Sandro Pertini diceva in un’intervista: «Il Fascismo per me non può essere considerato una fede politica. […] Il fascismo, a mio avviso, è l’antitesi delle fedi politiche. Il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche. Non si può parlare di fede politica parlando del fascismo, perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui. Chi non era fascista era oppresso, e quindi non può parlare di vera fede politica chi opprime le fedi altrui. Io combatto, ma combatto sul terreno democratico». Forte di questa prospettiva, mi riallaccio al discorso precedente intorno all’economia capitalistica, la quale a mio avviso va non cambiata, ma eliminata. Come il fascismo.

Il verbo “cambiare” contiene al suo interno il concetto, l’idea di variazione, di spostamento (anche e soprattutto in senso metaforico) di qualcosa da uno stato A ad uno stato B, ma sempre all’interno di uno stesso sistema. Ad esempio, una frase come “il vento è cambiato” suggerisce che la direzione da cui soffia il vento è cambiata, ma ciò non significa che il vento non soffi più. Prendiamo ad esempio un’altra frase, come: “Gianni è cambiato molto rispetto a vent’anni fa”, ma sempre Gianni è. La stessa cosa vale per il capitalismo. Non puoi cambiare un sistema se hai in mente di sostituirlo con un altro. Per fare ciò devi prima eliminare, distruggere il sistema preesistente. Come farlo è un altro paio di maniche.

003 – Multinazionali: fucine dirette e indirette di morte

Sono una outsider. Per certi aspetti. Non mi conformo, non voglio conformarmi… eppure sento che, nonostante queste parole e nonostante alcune piccole vittorie quotidiane, nuoto insieme alla massa. Sono massa. È grave dire questo. Dire di essere massa, o di essere conforme alla massa (sebbene siano due concetti differenti) mi rende complice, complice dei crimini perpetrati indirettamente dalle multinazionali del petrolio o dalle lobby delle armi.

Capite bene: non possiedo in prima persona un barile di petrolio in casa, né un’arma made in U.S.A. Sono bensì le azioni quotidiane, tutte, a rinfocolare le fucine della morte dette ‘multinazionali’. Teoricamente, una multinazionale può non essere dannosa né per l’ambiente, né per i dipendenti, né per i consumatori. Nella realtà dei fatti, posso affermare con un tasso di sicurezza del 95% che tutte le multinazionali del mondo sono dannose per l’ambiente, per i dipendenti, per i consumatori.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per l’ambiente, intendo dire che tutto il processo produttivo (dalla ricerca delle materie prime alla vendita sul mercato) di un determinato bene, avviene a scapito dell’ambiente. Per ricercare le materie prime si deve prima raggiungere con qualsiasi mezzo il luogo in cui queste si trovano, sebbene i centri di lavorazione delle materie prime tendano a essere collocati il più vicino possibile ai bacini da cui esse provengono. In secondo luogo, la lavorazione delle materie prime presuppone l’utilizzo di energia elettrica, gran parte della quale proviene ancora da fonti di energia esauribili. Allo stesso tempo, il processo di lavorazione delle materie prime genera un aumento della quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera. Quando aumentano le emissioni e le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, aumenta anche la temperatura media globale. Questo provoca una destabilizzazione del clima (i cosiddetti “cambiamenti climatici”) che ogni anno causa la nemmeno tanto graduale estinzione di un numero grandissimo di specie animali e vegetali. Non appena si estingue anche un solo essere vivente, ne risente tutta la catena alimentare, determinando l’estinzione graduale di tutte le specie viventi non ancora estinte. Da questo e da altri punti di vista, l’esistenza del genere umano sulla Terra ha i giorni contati.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per i dipendenti, intendo dire che i salari di questi ultimi non sono adeguati affinché essi vivano una vita dignitosa. Ci sono tanti esempi di succursali di multinazionali che hanno preferito spostare il centro di produzione dei loro beni in Paesi i cui abitanti si accontentano delle già misere paghe, pur di portare a casa un pezzo di pane. È la disperazione a portare questi esseri umani, come te, come me, ad accettare di lavorare anche per sedici ore al giorno per produrre palloni da calcio, articoli di bigiotteria, abiti di alta moda, giocattoli, ecc., per guadagnare cosa? L’equivalente di meno di un euro al giorno. Più di un miliardo di persone vive con meno di un euro al giorno, sebbene non tutti questi individui lavorino alle dipendenze di una multinazionale. Quindi, comprare un bene di consumo che sia prodotto da una multinazionale qualsiasi (perché, come dicevo prima, sono quasi certa che non esistano sul nostro pianeta multinazionali ‘buone’ o ‘pulite’), fomenterebbe il guadagno delle già ricche multinazionali sfruttatrici di esseri umani e di risorse naturali. Qui il problema è primariamente di natura etica e solo secondariamente di natura economica, sebbene il complesso della società nella quale viviamo ci abbia inculcato che i soldi vengono prima di tutto.

Infine, dicendo che una multinazionale sia dannosa per i consumatori, intendo dire che questi ultimi devono sentire il peso sulla loro sporca coscienza dei milioni di morti di fame, di sete, di malattie da noi perfettamente curabili, di malformazioni dei feti, degli abusi perpetrati da chi è più forte. Il più forte, in questo caso, è chi ha più soldi. Soldi usati come mezzo di ricatto, di oppressione e di morte.

Con queste mie parole intendo fare un appello a tutti coloro i quali abbiano un po’ di sale in zucca, oltre che la pazienza di leggere fin qui: non comprate prodotti “di marca”. I cosiddetti “prodotti di marca” non sono altro che beni di consumo prodotti da multinazionali o da aziende comunque affiliate – quanto meno economicamente – a una multinazionale. Non comprate nessun prodotto “di marca”. Tassativamente. Troverete sul mercato tantissimi prodotti che rappresentano valide alternative a ciò che avreste voluto avere in precedenza. Comprate saponi artigianali, miele da apicoltori della vostra zona, vestiti fatti a mano dai sarti locali. Usate le vostre gambe per spostarvi, altrimenti la bicicletta, altrimenti dei mezzi pubblici di trasporto che funzionino con fonti di energia rinnovabile. Riciclate fin dove potete, riusate fin quando potete; sprecate il meno possibile, pensate al mondo più che a voi stessi. Non potete nemmeno immaginare cosa ci sia lì, in quella parte del pianeta conosciuta come il “Sud del mondo”. Usate la testa.

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002 – Piccola analisi del mondo politico attuale

È come se la gente avesse paura della verità. Certo, molto fa anche la disinformazione, generata in parte dalla propaganda di alcuni partiti – sovente basata su falsità -, in parte da ideali incompatibili già in partenza con l’idea di equità che costituisce la colonna portante dei veri partiti di sinistra. Dico “veri”, perché oggi vi sono partiti che attuano di fatto politiche di orientamento opposto a quelle perseguite dalle ideologie che animavano i grandi partiti della sinistra storica, pur discendendo, anche parzialmente, da questi ultimi. Il Partito Democratico, ad esempio.

Sì, lo so, non sono una politologa, né conosco approfonditamente la storia politica italiana in generale, né quella dei singoli partiti politici del nostro Paese. Però vivo la vita reale e vedo gli effetti delle decisioni politiche e della politica tout court. E mi verrebbe da chiedere chi ha portato – o chi ha contribuito a portare – lì dove sono ora i vari Matteo Salvini, Umberto Bossi, Roberto Calderoli, Roberto Maroni, ma anche Antonio Razzi e Sandro Bondi; questi ultimi sono chiari esempi di individui che, nella loro vita politica, hanno aderito ora a un partito, ora ad un altro, ora ad un altro ancora, per pure ragioni di convenienza. Questa è ovviamente la mia opinione, la quale non credo essere troppo discutibile.

Poi… mi è appena balenata la seguente idea. Come sarebbe utile far ripetere gli esami teorico e pratico di guida a chi si accinge a rinnovare la patente, così sarebbe utile sottoporre i nostri parlamentari a un esame scritto e orale su vari argomenti, con predilezione per tematiche afferenti alle materie umanistiche. Sì, insomma… mi piacerebbe correggere un tema di Maria Elena Boschi, o di Matteo Renzi, o dei personaggi citati nel paragrafo precedente. Ci sarebbe da divertirsi, ne sono sicura. E badate bene che ai fini della valutazione non importa solo il contenuto, ma anche l’ortografia, la coesione e la coerenza testuali e, in generale, la padronanza della lingua italiana.

Ho già immaginato che, così come in tante scuole d’Italia vi sono alunni “raccomandati”, lo stesso accadrebbe sicuramente anche in parlamento. Ad esempio, se scoprissimo che Ignazio La Russa non sa niente della storia d’Italia del XX secolo, riuscirei purtroppo a immaginare che egli continuerebbe a fare ugualmente politica, anziché venirne estromesso. Questo è grave. Ed è così che, di generazione in generazione, la politica si consolida come il potere dei “soliti noti”, dei “raccomandati”, degli “incapaci”, degli “incompetenti”, degli “ignoranti”. Perché nessuno si è mai scagliato contro il sistema, né dall’esterno né, tanto meno, dall’interno del mondo politico stesso. E questa sfera ingarbugliata che è la politica, si irrigidisce sempre di più, così che mano a mano che il tempo passa, risulta essere sempre più difficile scioglierne i nodi, le contraddizioni e le iniquità.

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001 – Essere atei, riflessioni linguistiche

Gentili lettori, gentili lettrici,

…perché non ho messo prima la forma al femminile piuttosto che quella al maschile, giacché le donne sono già duramente penalizzate da questa società? Perché mi suonava meglio così. Forse è stata la forza dell’abitudine nel sentire o leggere sempre i medesimi incipit a spingermi a scrivere così.

Sono di nuovo qui. Di nuovo, perché in passato ci sono già stata. Sono la reincarnazione di me stessa. È troppo blasfemo dire così? Ma lasciateci in pace, per cortesia. Forse questo non è il posto migliore per i credenti in una qualsiasi fede. Ma l’ateismo è una fede? A parer mio non lo è, e vi spiegherò a breve il perché. Sebbene il termine “fede” sia intriso di referenti appartenenti al mondo del cattolicesimo, non è per questo motivo che l’ateismo non può costituire una fede. Per me è un ossimoro dire: “sono di fede atea”. Se andate sul vocabolario online della Treccani, infatti, noterete che i primi due significati del termine ‘fede’:

1.a. Credenza piena e fiduciosa che procede da intima convinzione o che si fonda sull’autorità altrui più che su prove positive;
1.b. Il complesso delle proprie credenze, dei principî fermamente seguiti,

con i relativi esempi, escludono l’esistenza di una fede atea. Una fede, cioè, nell’inesistenza di una qualsiasi divinità. Se siete convinti che possa reggere l’affermazione “essere di fede atea”, provate a sostituire il termine ‘fede’ con un sinonimo che possa stare al suo posto. Si potrebbe così dire, o scrivere: “essere fiduciosi [nell’essere atei]”, oppure “credere [nell’ateismo]”. Ma credere è un atto di fede. Si crede in qualcosa di cui non si ha piena certezza, altrimenti si sa. E gli atei sono convinti che un dio non esista. Sanno che un dio non esiste. Ne sono sicuri. Se non ne fossero sicuri, non sarebbero atei.

Desidero analizzare solamente la situazione, le conseguenze sul piano linguistico di una tale affermazione. Dunque: dire che a) “gli atei credono che un dio non esista” è diverso dal dire che b) “gli atei sanno che un dio non esiste”? La mia risposta è: (e lo si può notare anche solo graficamente dall’uso dei differenti modi verbali in ambo le frasi). In a), gli atei credono (= non sono del tutto convinti) che non esista alcun dio; in b) gli atei sanno (= sono certi) che non esiste alcuna divinità.

Un ateo, in generale, chiunque esso sia, per definizione non crede. Un ateo, almeno formalmente, non può credere di non credere, ma sa di non credere. La parola “ateo”, come qualsiasi altra parola, è come una sfera nella quale sono distinguibili due parti: uno strato esterno e un nucleo interno. Esternamente un ateo ci dice che è convinto dell’inesistenza di una qualunque divinità. Ma se sia giunto a questa convinzione perché sa per certo (avendo quindi le prove) che una divinità non c’è, oppure perché crede (ed è insicuro) che una divinità non esista, sono particolari che non emergono dalla patina esteriore della parola… ma queste sono questioni che esulano dal cuore della mia riflessione attuale, e non voglio che la inficino.

In definitiva, lo ripeto: per me è un ossimoro dire: “sono di fede atea”, perché ‘essere di una certa fede’ indica che si è arrivati a quella determinata convinzione con un salto nel buio, cioè senza vagliare l’intera catena di cause e di effetti che hanno portato, dall’inizio alla fine, a quella determinata convinzione (in questo caso, all’essere atei). Un ateo, allora, non crede che non esista un dio: lo sa.