009 – Il mito di Persefone

Persefone è figlia unica di Demetra e di Zeus. Demetra è la dea del grano e dell’agricoltura. Madre e figlia abitano nei pressi di Enna.

Gli dèi non conoscono il tempo, né la mortalità; essi sono cioè eterni e sempre uguali a sé stessi. Persefone è un’eterna fanciulla inviolata e intoccata; senonché un giorno nell’Olimpo, dopo la battaglia contro i Titani, Zeus spartì il mondo con i suoi fratelli maggiori Poseidone e Ade sorteggiando i tre regni: Zeus ebbe in sorte i cieli e l’aria, Poseidone le acque e ad Ade toccò il regno dei morti.

Poseidone aveva tante ninfe con cui divertirsi; lo stesso dicasi per Zeus. Il povero Ade, invece, non aveva nessuno se non i defunti.

Fu così che un giorno Ade salì da Zeus per discutere della propria sorte meschina, lamentandosene. Zeus decise allora di riunire un concilio degli dèi al quale parteciparono anche le Parche, che intessono le fila delle vite umane. Demetra non prese parte al concilio, perché ella sapeva già che sua figlia non l’avrebbe mai lasciata. Demetra stessa, per amor di madre, non avrebbe mai accettato che la figlia si allontanasse da lei. Ma Ade al concilio fu autorizzato dagli altri dèi, Zeus compreso, a rapire Persefone e a farne la sua sposa.

Con la complicità di Venere e di Atena, Persefone venne indotta ad uscire di casa in un momento in cui Demetra non c’era. Il mito vuole che ella fosse intenta a raccogliere dei fiori sui prati nei pressi del Lago di Pergusa, quando all’improvviso la terra tremò e si aprì. Dal sottosuolo uscì Ade con una carrozza trainata da quattro cavalli neri come la pece. Il dio degli Inferi rapì Persefone e la portò via con sé nel regno dell’Oltretomba.

Quando Demetra tornò a casa, non trovandovi la figlia, si rese subito conto che era accaduto qualcosa di grave. Elio, il dio del Sole, grande testimone che vede tutto, decise di rivelare a Demetra la verità. Ella, infuriata, si recò da Zeus ponendogli due ricatti: in primo luogo, da quel momento in poi ella non sarebbe più andata all’Olimpo; in secondo luogo – cosa ancor più grave –, ella non avrebbe mai più fatto generare piante e fiori. Ciò significava che né gli dei, né gli uomini avrebbero più potuto nutrirsi e, quindi, sopravvivere.

Messo di fronte a questo ricatto, Zeus richiamò Ade e lo convinse a restituire Persefone alla madre. Ma quando gli dèi concedono una seconda chance, c’è sempre un vincolo da rispettare; in questo caso, affinché Persefone potesse tornare ad abbracciare sua madre, ella non avrebbe dovuto toccare cibo per tutto il periodo in cui si sarebbe trovata negli inferi. Questa era l’unica condizione affinché Persefone tornasse nel mondo dei vivi: non mangiare nulla.

Ascàlafo, un servitore di Ade, la vide però rompere il giuramento e testimoniò che Persefone aveva mangiato sei chicchi di melograno, il che significava che Persefone avrebbe dovuto rimanere per sempre nel regno dei morti. Demetra, infuriata per aver perso per sempre la figlia, lo trasformò in un gufo. Zeus dovette venire incontro tanto a Demetra quanto ad Ade. Fu così che si stabilì che Persefone fosse una dea di duplice natura: ella avrebbe trascorso una parte dell’anno nel mondo degli inferi come regina del regno dei morti, e l’altra parte dell’anno sulla superficie della Terra, con sua madre.

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Ratto di Proserpina di Willem Van Herp The Elder (1614-1677, Belgium)

 

Analisi del mito

Innanzitutto si osserverà che i chicchi di melograno sono di colore rosso. Il rosso, nel mondo antico, simboleggiava la morte. Il nero, invece, il lutto, ossia le conseguenze della morte per chi ancora vive.

Secondariamente, Persefone subisce una vera e propria metamorfosi, passando da fanciulla inviolata a donna, ossia ad essere capace di generare.

Persefone è altresì il simbolo della natura: trascorre l’inverno sottoterra, per poi uscire in primavera ridando vita a tutte le specie animali e vegetali. Come un seme: sotterrato in inverno, sboccia in primavera.

Il tempo di Persefone è ciclico e circolare come quello delle stagioni.

In alcune varianti del mito, Persefone è la madre di Bacco (o Dioniso). Quest’ultimo è anch’egli un dio dalle nature molteplici. È sfuggente e imprendibile.

A questo punto della trattazione, vale la pena indicare le denominazioni di Demetra e Dioniso presso tre popolazioni antiche: i greci, gli italici e i latini:

 

GRECI ITALICI LATINI
Demetra Pomona Cerere
Dioniso Vertumno Bacco

 

Nel nome datogli dagli italici, il dio della linfa vitale e della vegetazione ha qualcosa che lo avvicina al mondo della poesia. Nel nome ‘Vertumno’, infatti, è possibile riscontrare la radice indoeuropea del verbo latino VERTĔRE, ‘girare’, ‘cambiare’, ‘trasformare’ ‘fare versi’, ‘andare a capo’. Già gli antichi eruditi e i poeti latini facevano derivare il suo nome da questo verbo; di conseguenza, Vertumno era il dio dell’annus vertens e aveva la facoltà di poter cambiare aspetto.

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008 – Me, myself and you

Provo sempre la sensazione per cui qualunque cosa io scriva in questo blog, qualsiasi siano le informazioni che trasmetto, non troverete mai un post totalmente neutrale, vale a dire totalmente scevro da ogni riferimento più o meno esplicito a me medesima. Non lo troverete mai. In qualunque mio messaggio avvertirete sempre una traccia del mio essere. Non potete immaginare quanto mi dia fastidio parlare pubblicamente – in modo più o meno esplicito – di me o dei fatti che mi riguardano. È un qualcosa che mi ripugna. Anche volendo parlare di argomenti non strettamente inerenti alle mie esperienze dirette, la mia impronta rimarrebbe comunque ben visibile. Anzi, quanto più gli argomenti di cui parlo sono distanti dalla mia realtà, tanto più visibile si farebbe la mia presenza con l’aggiunta di considerazioni personali. Ma la massima espressione di egocentrismo, tuttavia, la trovereste se parlassi di fatti a me vicini o addirittura da me vissuti.

Potrei descrivere questo fenomeno usando una metafora avente per oggetto un elastico. Immaginate un elastico a forma di cerchio. Immaginate di pressarne i due lati opposti con due dita, di modo che essi si uniscano fino a toccarsi al centro. Immaginate adesso che il punto sito al centro dell’elastico, laddove i due lembi opposti si toccano, sia fisso al suo posto, ma in modo tale che l’elastico possa muoversi se tirato, non importa se in senso orario o antiorario. Ebbene, così facendo i due punti iniziali siti al centro dell’elastico si allontanerebbero fra di loro fino a trovarsi agli antipodi, per poi – superata la massima distanza – tornare ad avvicinarsi fino a toccarsi di nuovo, e così via, in un ciclo che terminerebbe solo con la rottura dell’elastico a causa della continua frizione generante calore e indebolimento della materia elastica. Il punto di contatto tra i due punti opposti rappresenta la fase in cui parlo esplicitamente dei miei fatti personali, senza pudore. Quando i due punti si trovano invece agli antipodi, è come se l’argomento di cui parlo avesse per oggetto esperienze da me non vissute in prima persona, ma raccontando le quali aggiungessi ugualmente riflessioni e ipotesi personali.

Se si desidera semplificare la scena dell’elastico, si potrebbe ricorrere all’immagine di due treni che viaggiano l’uno nel senso opposto dell’altro. Tuttavia, in questo caso la loro velocità non deve essere necessariamente la stessa; ciò che importa è l’incontro tra i due mezzi di locomozione e il loro successivo ritorno alla solitudine.

Prima vi avevo detto di immaginare un elastico. In realtà, l’azione descritta poco sopra potrebbe essere fatta da un cerchio costituito da qualsiasi materiale flessibile o comprimibile, come la stoffa. Vi avevo detto di pensare a un elastico perché, prima di descrivervi quell’azione, ne avevo in mente un’altra per la cui riuscita si sarebbe reso necessario l’uso di un elastico e soltanto di un elastico. Ma non ne parlerò. L’immagine descritta sopra è più affascinante.

Desidero terminare questo post invitandoVi a immaginare la Vostra vita come una rotellina attorno alla quale gira tutto, tutto ciò che avete in Vostro potere. Voi decidete in quale verso far evolvere le Vostre relazioni, i Vostri studî, le Vostre passioni. Voi decidete della Vostra vita. RicordateVi solo che il tempo – quello sì – va in un’unica direzione.

007 – Una classifica delle migliori università del mondo

È stata da poco pubblicata la classifica QS World University Rankings, ovvero una classifica delle migliori università del mondo. Essa può essere filtrata in base ad anno, luogo e area del sapere (ma anche per singola materia, per possibilità di inserimento nel mondo del lavoro, per numero di studenti aventi conseguito la sola laurea triennale e per studenti aventi conseguito un titolo ancora superiore). Per quanto riguarda i settori del sapere, cinque di essi sono macro-aree che includono le materie ad esse correlate. Ad esempio, la macro-area Natural Sciences Degrees contiene al suo interno le materie astronomia, matematica, fisica, geografia, chimica, sviluppo sostenibile, scienze terrestri e marine e metallurgia. È possibile filtrare la classifica per macro-aree o per singole materie. Io ho scelto la prima opzione, giusto per vedere dove si situassero per sommi capi le università italiane.

I dati che vi fornisco di seguito si riferiscono tutti al 2017. Ho voluto vedere dove si trovasse la prima università italiana tra quelle europee per la macro-area Arts and Humanities Degrees: l’Alma Mater Studiorum di Bologna è al 59° posto in scala mondiale, la 19^ tra le europee. Per la categoria Engineering and Technology Degrees il Politecnico di Milano è al 24° posto, 7° tra le europee. Per la categoria Life Sciences and Medical Degrees l’Università di Milano è 80^ nel mondo, solo 30^ in Europa. Per la categoria Natural Sciences Degrees l’Università Sapienza di Roma è 64^ nel mondo, 20^ in Europa. Infine, per la macro-area Social Sciences Degrees, la Bocconi risulta essere 17^ nel mondo, 5^ in Europa.

In generale, la situazione delle università italiane non è buona. Non parlo solamente del loro posizionamento in classifica, ma anche del rapporto qualità/prezzo, per dir così. Le università italiane registrate nel sito QS World University Rankings sono 23, a fronte delle 68 università complessive presenti sul territorio italiano. Si può dunque già ammettere amaramente l’esclusione di due terzi delle università italiane da questa classifica. Perché? Perché le università italiane non registrate si collocano oltre il 500° posto tra le migliori università del mondo, a fronte di tutti i criteri di cui si è parlato nel primo paragrafo. Ma la cosa che più mi manda in bestia riguarda i costi esagerati esatti dalle università italiane. In generale, iscriversi al Nord è più caro che iscriversi al Sud. Vi sono notevoli differenze nei costi d’iscrizione perfino all’interno di una stessa università. La scelta della facoltà è allora legata a ragioni economiche. Ma ecco il cuore della questione: un costo d’iscrizione maggiore non si traduce automaticamente in un’offerta di servizi migliori. Assolutamente no. Basti guardare la situazione delle università tedesche. Ad esempio, la Ludwig-Maximilians-Universität München è 16^ nel mondo e 6^ in Europa per l’insegnamento della fisica. Per questa stessa materia la prima università italiana che troviamo nella classifica è la Sapienza di Roma, che si colloca al 44° posto nel mondo, al 15° in Europa. Ebbene: mentre le tasse di immatricolazione e di iscrizione al corso di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali alla Sapienza di Roma costano euro 2.924 (A.A. 2016/2017), alla Ludwig-Maximilians-Universität München esse ammontano a euro 108,50 a semestre, costituiti da 52 euro per le tasse di base e da 66,50 euro per il ticket con cui viaggiare per tutta la città con i mezzi di trasporto di cui essa dispone, senza dover pagare un centesimo in più.

È chiaro adesso perché sono in Germania?

006 – Stupide imposizioni

Sono nella biblioteca della facoltà di Filosofia, dipartimento di Romanistica, Germanistica e Anglistica. Ho appena finito di scrivere un compito. Devo ancora consegnare tre lavori: uno entro la prima decade di marzo, il secondo entro la fine di marzo, l’altro entro la prima decade di aprile. Devo farlo. La società attuale ci spinge sovente a fare cose che non vogliamo fare. Questa svogliatezza è in parte dovuta all’effettiva inutilità – e, talvolta, anche dannosità – dei compiti ai quali siamo sottoposti, e dall’altra parte a un nostro difetto caratteriale, in ogni caso negativo, che va mutato.

Lavorare è bene, ma non nei termini e nelle condizioni che ci impone la società capitalistica. Vediamo da un lato gente che si suicida perché costretta a lavorare troppo, dall’altro lato gente che si suicida perché non lavora. Squilibri economici e sociali, esagerazioni da un lato e dall’altro che non portano mai a nulla di buono.

Guardavo prima fuori dalla finestra. Ho visto alcuni uccelli, di cui due corvi. E ho pensato: “Loro, liberi. Io, qui dentro”. Loro sono guidati dagli istinti della sopravvivenza e della conservazione della specie. Anche gli esseri umani. Ma allora perché loro non fanno le cose che fa solo il più stupido delle creature abitanti il pianeta? Loro non sono stupidi, né intelligenti. Non si può parlare di intelligenza né per gli animali domestici, né per quelli selvatici. Noi consideriamo intelligente un cane che si agita al pensiero del cibo quando sente determinati rumori e quando vede determinati movimenti da parte del suo padrone. Ma questa non è intelligenza. Si tratta di suoni e di azioni abituali a cui il cane sa per esperienza che segue l’offerta del cibo da parte del padrone. Gli animali, tutti, si adattano alle condizioni ambientali che li circondano. Il loro comportamento è dettato dai sentimenti. Amano chi si prende cura di loro, si fidano dello sconosciuto che dona loro una carezza per strada e vi si legano al punto da seguirlo, riponendo in lui ogni loro speranza di un futuro migliore.

L’uomo invece deve essere intelligente. E già solo in questo sta tutta la sua stupidità. Per meglio dire, la sua stupidità non sta nel fatto di dover essere intelligente, ma nel dover apparire tale. La sua stupidità sta nel comportarsi come la società dice che sia giusto, corretto, “intelligente” comportarsi.

Mi fermo qui per il momento.
A presto.

005 – Come una bolla d’aria

Buongiorno a tutti.

Finalmente ho preso la decisione di scriverVi. In realtà non è la prima volta che avrei voluto pubblicare qualcosa dopo il post 004 – Rompi gli schemi. Ci sono stati dei giorni, infatti, in cui avrei voluto condividere con Voi i miei sentimenti. Ma non l’ho fatto; non per mancanza di tempo, non per mancanza di voglia, ma per vergogna. La vergogna di non riuscire a scrivere qualcosa che potesse suscitare il Vostro interesse. In quel tentativo avevo cominciato a scrivere più o meno le stesse cose che state leggendo adesso: i convenevoli, la mia difficoltà nello scrivere qualcosa che potesse destare il Vostro interesse e la mia difficoltà nel decidermi a pubblicare le mie parole.

Sapete da dove nasce la mia difficoltà nel pubblicare un post del genere? Dal fatto che finora non ho detto nulla di concreto. Nulla. Non ho parlato di alcun tema in particolare; ho solamente denunciato la mia difficoltà nel pubblicare un post che non focalizzi l’attenzione su di una tematica ben precisa, esattamente come nel caso del presente articolo. Ecco, il fatto di scrivere del (quasi-) niente è per me motivo di vergogna. Ma se state leggendo queste parole, la vergogna è stata da me superata. È questo un qualcosa di positivo o di negativo, aver superato la vergogna per aver pubblicato un post che non parla di niente? Dovrei pensarci per dare la risposta. La risposta non deve essere per forza solo sì o solo no, ma anche una via di mezzo che comprenda le motivazioni afferenti a entrambe le possibili scelte. A me piacciono le risposte motivate. Da questo punto di vista mi piacciono anche le risposte sbagliate, purché appunto motivate.

Stavo dimenticando di dirVi che il mio saluto iniziale (“buongiorno”) non va inteso in senso “letterale”, ma nel senso più generale di “ti/vi saluto” che soprastà anche alle altre forme di saluto, come buonasera, ciao, ecc. Dico questo perché potrebbe capitare che qualcuno di Voi legga le mie parole in un momento della giornata in cui non si userebbe più la formula di saluto “buongiorno”. Ho voluto fare questa precisazione per evitare di passare per una persona superficiale che non si interessa delle istanze dei proprî lettori.

Adesso è meglio se finisco qui il mio messaggio, giacché la fiamma, la propulsione iniziale che mi ha spinto a scriverVi va man mano esaurendosi. Però ricordateVi che nei giorni in cui non scrivo alcun post potrei avere voglia di farlo, ma non sapere bene che cosa scrivere. Vale dunque il discorso aperto – e fra poco chiuso – nel presente articolo.

Buona giornata (inteso non per forza in senso “letterale”).
Vi abbraccio, statemi bene.

004 – Rompi gli schemi

Rompere gli schemi ha sempre suscitato in me sensazioni positive, forse perché ho agito in questa direzione poche volte, dal momento che escludendo queste piccole azioni di ribellione, ho sempre ubbidito al volere delle autorità, vale a dire di familiari, educatori, compagni di classe pericolosi. D’altro canto, la sensazione di purezza, di freschezza, di giovialità che provo ogni qual volta rompo uno schema prestabilito da una qualsiasi autorità, può essere spiegata prendendo in considerazione non soltanto la bassa frequenza delle volte in cui mi ribello alla volontà educatoriale di maestri, professori, genitori, ecc., ma anche per via della giustezza che questo atto comporta nei miei stessi confronti.

Vi faccio un piccolo esempio. Oggi pomeriggio avrei dovuto seguire due lezioni di due ore cadauna. Quattro ore all’università, quattro ore del mio tempo che avrei sprecato, se avessi deciso di prendervi parte. Non sono contro l’istruzione, ma contro l’attuale sistema d’istruzione. Il che è diverso. Un po’ come alcuni europei che, stufi dell’aumento dei prezzi di beni e servizi nel proprio Paese, credono che il rimedio migliore per porre fine alla riduzione del loro potere d’acquisto sia ritornare alla vecchia valuta. Il ragionamento è sbagliato, illogico. Notate anche voi che il discorso non fila, che al suo interno vi è un salto, un corto circuito. La soluzione non sta nell’eliminazione del mezzo, ma nell’eliminazione (o nel cambiamento) del sovra-sistema che regola il mezzo e le sue interazioni all’interno del sub-sistema. Se sostituiamo la parola ‘sovra-sistema’ con “sistema capitalistico”, ‘mezzo’ con “moneta” e ‘sub-sistema’ con “sistema economico”, la frase precedente diventa così: la soluzione non sta nell’eliminazione della moneta, ma nell’eliminazione (o nel cambiamento) del sistema capitalistico che regola la moneta e le sue interazioni all’interno del sistema economico (di un determinato paese).

Associo il sistema capitalistico all’ideologia fascista, e cioè nei seguenti termini. Sandro Pertini diceva in un’intervista: «Il Fascismo per me non può essere considerato una fede politica. […] Il fascismo, a mio avviso, è l’antitesi delle fedi politiche. Il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche. Non si può parlare di fede politica parlando del fascismo, perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui. Chi non era fascista era oppresso, e quindi non può parlare di vera fede politica chi opprime le fedi altrui. Io combatto, ma combatto sul terreno democratico». Forte di questa prospettiva, mi riallaccio al discorso precedente intorno all’economia capitalistica, la quale a mio avviso va non cambiata, ma eliminata. Come il fascismo.

Il verbo “cambiare” contiene al suo interno il concetto, l’idea di variazione, di spostamento (anche e soprattutto in senso metaforico) di qualcosa da uno stato A ad uno stato B, ma sempre all’interno di uno stesso sistema. Ad esempio, una frase come “il vento è cambiato” suggerisce che la direzione da cui soffia il vento è cambiata, ma ciò non significa che il vento non soffi più. Prendiamo ad esempio un’altra frase, come: “Gianni è cambiato molto rispetto a vent’anni fa”, ma sempre Gianni è. La stessa cosa vale per il capitalismo. Non puoi cambiare un sistema se hai in mente di sostituirlo con un altro. Per fare ciò devi prima eliminare, distruggere il sistema preesistente. Come farlo è un altro paio di maniche.

003 – Multinazionali: fucine dirette e indirette di morte

Sono una outsider. Per certi aspetti. Non mi conformo, non voglio conformarmi… eppure sento che, nonostante queste parole e nonostante alcune piccole vittorie quotidiane, nuoto insieme alla massa. Sono massa. È grave dire questo. Dire di essere massa, o di essere conforme alla massa (sebbene siano due concetti differenti) mi rende complice, complice dei crimini perpetrati indirettamente dalle multinazionali del petrolio o dalle lobby delle armi.

Capite bene: non possiedo in prima persona un barile di petrolio in casa, né un’arma made in U.S.A. Sono bensì le azioni quotidiane, tutte, a rinfocolare le fucine della morte dette ‘multinazionali’. Teoricamente, una multinazionale può non essere dannosa né per l’ambiente, né per i dipendenti, né per i consumatori. Nella realtà dei fatti, posso affermare con un tasso di sicurezza del 95% che tutte le multinazionali del mondo sono dannose per l’ambiente, per i dipendenti, per i consumatori.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per l’ambiente, intendo dire che tutto il processo produttivo (dalla ricerca delle materie prime alla vendita sul mercato) di un determinato bene, avviene a scapito dell’ambiente. Per ricercare le materie prime si deve prima raggiungere con qualsiasi mezzo il luogo in cui queste si trovano, sebbene i centri di lavorazione delle materie prime tendano a essere collocati il più vicino possibile ai bacini da cui esse provengono. In secondo luogo, la lavorazione delle materie prime presuppone l’utilizzo di energia elettrica, gran parte della quale proviene ancora da fonti di energia esauribili. Allo stesso tempo, il processo di lavorazione delle materie prime genera un aumento della quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera. Quando aumentano le emissioni e le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, aumenta anche la temperatura media globale. Questo provoca una destabilizzazione del clima (i cosiddetti “cambiamenti climatici”) che ogni anno causa la nemmeno tanto graduale estinzione di un numero grandissimo di specie animali e vegetali. Non appena si estingue anche un solo essere vivente, ne risente tutta la catena alimentare, determinando l’estinzione graduale di tutte le specie viventi non ancora estinte. Da questo e da altri punti di vista, l’esistenza del genere umano sulla Terra ha i giorni contati.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per i dipendenti, intendo dire che i salari di questi ultimi non sono adeguati affinché essi vivano una vita dignitosa. Ci sono tanti esempi di succursali di multinazionali che hanno preferito spostare il centro di produzione dei loro beni in Paesi i cui abitanti si accontentano delle già misere paghe, pur di portare a casa un pezzo di pane. È la disperazione a portare questi esseri umani, come te, come me, ad accettare di lavorare anche per sedici ore al giorno per produrre palloni da calcio, articoli di bigiotteria, abiti di alta moda, giocattoli, ecc., per guadagnare cosa? L’equivalente di meno di un euro al giorno. Più di un miliardo di persone vive con meno di un euro al giorno, sebbene non tutti questi individui lavorino alle dipendenze di una multinazionale. Quindi, comprare un bene di consumo che sia prodotto da una multinazionale qualsiasi (perché, come dicevo prima, sono quasi certa che non esistano sul nostro pianeta multinazionali ‘buone’ o ‘pulite’), fomenterebbe il guadagno delle già ricche multinazionali sfruttatrici di esseri umani e di risorse naturali. Qui il problema è primariamente di natura etica e solo secondariamente di natura economica, sebbene il complesso della società nella quale viviamo ci abbia inculcato che i soldi vengono prima di tutto.

Infine, dicendo che una multinazionale sia dannosa per i consumatori, intendo dire che questi ultimi devono sentire il peso sulla loro sporca coscienza dei milioni di morti di fame, di sete, di malattie da noi perfettamente curabili, di malformazioni dei feti, degli abusi perpetrati da chi è più forte. Il più forte, in questo caso, è chi ha più soldi. Soldi usati come mezzo di ricatto, di oppressione e di morte.

Con queste mie parole intendo fare un appello a tutti coloro i quali abbiano un po’ di sale in zucca, oltre che la pazienza di leggere fin qui: non comprate prodotti “di marca”. I cosiddetti “prodotti di marca” non sono altro che beni di consumo prodotti da multinazionali o da aziende comunque affiliate – quanto meno economicamente – a una multinazionale. Non comprate nessun prodotto “di marca”. Tassativamente. Troverete sul mercato tantissimi prodotti che rappresentano valide alternative a ciò che avreste voluto avere in precedenza. Comprate saponi artigianali, miele da apicoltori della vostra zona, vestiti fatti a mano dai sarti locali. Usate le vostre gambe per spostarvi, altrimenti la bicicletta, altrimenti dei mezzi pubblici di trasporto che funzionino con fonti di energia rinnovabile. Riciclate fin dove potete, riusate fin quando potete; sprecate il meno possibile, pensate al mondo più che a voi stessi. Non potete nemmeno immaginare cosa ci sia lì, in quella parte del pianeta conosciuta come il “Sud del mondo”. Usate la testa.

kelaparan-di-somalia