016 – Riflessioni incipitarie

Sono convinta che, di questo passo, non cambierà mai niente. Meglio, non cambieremo mai niente; le ingiustizie avverranno sempre e sempre esisteranno gli sfruttati e gli sfruttatori.

Sappiate che la situazione è estremamente grave. So che un mondo migliore, meravigliosamente migliore è possibile. Forse quanto più è sporco e gravido di nefandezze questo mondo reale, tanto più facilmente mi riesce immaginarne uno perfetto. Però, date queste premesse, la sua realizzazione sembra impossibile.

Ma non è così. C’è ancora una via d’uscita. A dire il vero, ce ne sono diverse. Dobbiamo muoverci in qualche modo, dobbiamo muoverci in una direzione che reputiamo essere giusta. La gente di senno, coscienziosa, consapevole, non prenderebbe mai una via opposta a quella volta alla realizzazione di un mondo giusto; tra l’altro, non sono rimaste molte vie d’uscita peggiori di quelle intraprese dal nostro governo, da Israele o dagli Stati Uniti d’America.

Qualcuno diceva che riconoscere la causa dei propri mali sarebbe già stato un ottimo punto di partenza verso la risoluzione degli stessi. Reputo questa frase vera. Ma ciò non toglie che un punto fondamentale verso la costruzione di un mondo migliore sia progettare il nuovo percorso di vita, atto questo forse ancora più importante – in valore assoluto – del riconoscimento delle cause dei mali, propri e altrui.

E cominciamo, dunque. Cominciamo a enumerare i mali del capitalismo. Sapete bene che la lista è lunga; a mio avviso, enumerare tutte le scelleratezze, gli abomini e i crimini del capitalismo in un unico post di blog motivando la loro mostruosità, come desidero fare, risulterebbe un’operazione fin troppo elaborata e farraginosa e, di conseguenza, potrebbe impedire una lettura scorrevole del testo.

E allora, come faccio? Partirò da un esempio concreto per poi eventualmente legare il ragionamento ad altre liane, ciascuna delle quali rappresenta un male del capitalismo.

Gli immigrati. Partirò parlando delle tragedie che portano nel proprio cuore i superstiti delle traversate della speranza. La causa delle loro morti e, prima ancora, delle loro partenze dai lager libici e, prima ancora, dai loro territori originari ricade tutta sulle spalle dell’Occidente. Del “civilissimo” Occidente. Di quell’Occidente che prima deruba i popoli del loro suolo, delle loro risorse minerarie e agroalimentari depauperandone i territori e che poi si rifiuta di accoglierli. Non basteranno milioni di scuse verso i migranti a cancellare la nostra repellente impronta di matrice neocolonialista. Sì, neocolonialista. Non voler capire o rifiutarsi di capire che il problema delle migrazioni di massa è causato dallo stile di vita occidentale, dalle nostre finte esigenze, dai nostri sprechi enormi nella vita di ogni giorno, significa rendersi complici di questo massacro quotidiano per il quale no, non voglio restare a guardare immobile.

L’Occidente posa le proprie fondamenta sull’oppressione. Non ne vado fiera, affatto. Se l’Impero romano era diventato così grande, questo era successo perché le legioni romane sconfiggevano militarmente, dunque con grande spargimento di sangue e col sacrificio di innumerevoli innocenti, le popolazioni che andavano via via incontrando lungo il proprio percorso di espansione. E poco importa che gli antichi romani scegliessero di accogliere quanto più possibile le religioni e le culture dei popoli che sottomettevano di volta in volta: la sete di potere aveva mostrato il suo volto, già allora, anche prima di allora e fino ad oggi.

Non ci sarà mai pace sulla Terra finché qualcuno desidererà avere più di quanto non abbia un altro. Forse, non ci sarà mai pace sulla Terra finché su di essa regnerà il genere umano. Ma di questo parlerò in un altro articolo.

 

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014 – La falsa informazione

Stavo pensando a un tema delicato, soprattutto ai giorni nostri: l’informazione. Questo è il tema generale di cui desidero parlare; tema che, tuttavia, può essere diviso in capitoli. Io mi focalizzerò su tre di essi:

1) la veridicità dell’informazione trasmessa;
2) la scelta delle informazioni trasmesse;
3) lo spazio dedicato alla loro trasmissione nei maggiori canali d’informazione.

1) Per quanto riguarda il primo punto, sappiamo bene del potere distorcente dei mezzi di comunicazione di massa; non solo telegiornali, ma anche libri, film e trasmissioni radiofoniche hanno il potere di raccontarci falsità; che è ciò che accade quotidianamente. I maggiori canali d’informazione riportano falsità agli occhi e alle orecchie degli italiani. Come fanno? In quale modo riescono a far passare per veritiere informazioni false?

2) Semplicissimo: dato un determinato avvenimento, avente origine in un punto A e concludentesi in un punto B, i falsi giornalisti, i falsi autori, i falsi registi, ecc. tagliano tale avvenimento originario in più parti; poi, nella ricostruzione degli eventi da trasmettere agli italiani tramite giornali, articoli internet, servizi di telegiornale, film, libri, ecc., tali parti vengono assemblate in modo tale da far passare per cattive le vittime e per buoni i carnefici. Cattivi sono i civili che sfuggono da guerre causate da chi detiene il potere di decidere delle loro sorti, buone sono le motivazioni del massacro di interi popoli innocenti. Cattivi sono gli abitanti delle favelas brasiliane, buoni sono la polizia che spara su di loro e coloro che ordinano ai poliziotti di farlo. Cattivi sono i messicani che, pur di sfuggire alla violenza delle bande armate e a quella domestica, cercano riparo negli Stati Uniti; buoni sono gli Stati Uniti che, pur di dimostrare ipocritamente e falsamente i muscoli contro i più deboli, dirigono le operazioni di costruzione di un muro che separi i due Paesi. Cattivi sono gli immigrati che sbarcano sulle coste italiane, greche e spagnole; buoni sono i “democraticissimi” e “civilissimi” Paesi occidentali. Ma nessun canale di informazione vi dirà mai come stanno veramente le cose. Nessun telegiornale vi dirà mai che nelle favelas i narcotrafficanti si contendono il controllo della zona cercando di imporre le proprie regole alla popolazione e che la polizia, per far rispettare l’ordine, non risparmia pestaggi e arresti sommari. Nessun giornale vi dirà mai che gli Stati Uniti d’America si servono del continuo flusso di forza lavoro a basso costo in arrivo da oltre frontiera per rafforzare la propria economia. Nessun film vi dirà mai che l’Occidente sfrutta, depauperandole, le terre da cui sono originari gli immigrati che cercano fortuna in Europa.

3) Alla luce di queste riflessioni, mi sono chiesta che cosa possiamo fare noi, cittadini comuni, non solo per impedire la diffusione di informazioni false, ma soprattutto per diffondere la verità. La mia risposta è sempre la stessa: Resistenza. Il mio concetto di ‘resistenza’ non indica un atto passivo, ma attivo. La resistenza non si limita a negare le false verità propinateci dai maggiori mezzi di comunicazione, ma deve consistere primariamente nella diffusione attiva della verità. La resistenza teme una cosa sola: la solitudine. Meno si partecipa alla causa della giustizia, più la disinformazione primeggerà. Meno si agisce da cittadini attivi a cui sta a cuore il benessere comune, più saranno diffusi la violenza, la disumanità e il malcontento. Se invece tutti noi facciamo la nostra parte, informandoci da quelle pochissime fonti non distorcenti la realtà dei fatti, la nostra attività di resistenza diventerà una voce grande, autorevole e – si spera – un giorno maggioritaria. Questo atteggiamento è sinonimo di solidarietà, di mutuo aiuto, di rispetto per la persona e per la sua dignità. Siate umani, siate resistenti.

 

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013 – Un punto (parziale) della situazione

Facciamo il punto della situazione. Immaginate un punto che diventa sempre più largo man mano ci avviciniamo ad esso, al punto che non sia più considerabile come punto. Immaginate questa figura come una ellisse o un cerchio. Immaginate adesso che sul perimetro della prima o sulla circonferenza dell’altra spuntino dei segnali di demarcazione simili a segmenti o punti:

Ellisse con punti

Si immagini ora che ciascun punto – o segmento – costituisca un tema del quale voglio parlare.

§ Avanzamento dei fascismi – Mi vien da dire poco a questo proposito, pur avendo la testa piena di pensieri che tingono di negativo qualsiasi azione fascista, forse perché ogni azione fascista è negativa. Questo presuppone – ed è ciò che penso – che esistano confini ben precisi per definire il bene e il male, o ciò che è bene e ciò che è male. Il fascismo non è solo Forza Nuova, Alleanza Nazionale, Fiamma Tricolore e compagnia brutta. Il fascismo è tutto quello che priva un essere umano della propria libertà; libertà di esprimersi, di fare o di non fare qualcosa, di pensare o di non pensare a qualcosa. Impedire a una donna di abortire è fascismo. Impedire a un uomo di vestirsi da donna è fascismo. Violentare è fascismo. Ricattare è fascismo. La mafia è fascismo. Il capitalismo è fascismo. Queste dunque le mie opinioni sull’applicabilità del termine ‘fascismo’ e sulla sua capacità di adattarsi a situazioni di varia natura ma che abbiano in comune la caratteristica della privazione della libertà.

§ Inquinamento – Mi vien da dire ancora meno per l’inquinamento che per l’avanzamento dei fascismi. Ripeto che il mondo sta andando in rovina a causa dell’essere umano e che l’intero sistema deve cambiare. Ma il sistema non è una persona con una personalità e un cervello autonomi, bensì è costituito da più individui. Quindi è ciascuno di noi a dover cambiare e se aspettiamo che sia l’altro a fare la prima mossa, sarà troppo tardi. In pillole: sono per la decrescita del numero di individui che popolano la Terra. Sono per la redistribuzione della ricchezza. Sono contro lo sfruttamento delle materie prime, qualsiasi esse siano. Sono per l’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile. Sono per l’instaurazione di un diverso sistema economico; un sistema che metta al centro l’armonia reciproca tra tutti gli esseri viventi; un sistema in cui tutti siano la priorità e non solo l’essere umano.

Vi è dell’altro, tanto altro ancora che vorrei cambiasse; ma ne parlerò un’altra volta, forse. Per il momento, vi bastino le presenti informazioni, in gran parte già note.

012 – Padroni, oh padroni!

Nella mattinata di ieri, giovedì 26 ottobre 2017, i lavoratori del CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa, si erano riuniti in assemblea per protestare contro i licenziamenti di centinaia di lavoratori precari. Potete leggere la mozione dell’assemblea e il relativo commento della piattaforma Eurostop cliccando sul seguente link:

Pisa. Occupata dai lavoratori la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Contropiano.org

Al di là della notizia in sé, desidererei soffermarmi sulla seguente questione: fino a che punto è efficace una protesta, e per di più una protesta condotta entro gli strettissimi confini di libertà segnati dal potere?

Tempo fa lessi il testo di una vignetta, il quale diceva pressappoco così: «se fosse rivoluzionario, non te lo permetterebbero», alludendo al potere di voto degli italiani e al fatto che andando a votare – ovvero adempiendo al loro dovere di animali politici in una società sedicente democratica – gli italiani non cambiano nulla. Meglio, non hanno il potere di cambiare nulla. Per certi versi non credo che sia così, per altri sì. Mi spiego meglio. Non ho memoria di un parlamento italiano i cui componenti avessero un’età media di trent’anni o tutt’al più di quaranta (età minima consentita dall’attuale legislazione per essere eletti al Senato). Con ciò non critico in toto i deputati e i senatori anziani. Non si generalizzino le mie parole. Non mi si fraintenda, ma si legga oltre. Ciò che più mi infastidisce della politica italiana in sé è il mancato rinnovamento dell’organico politico. Legislatura dopo legislatura si vedono sempre le stesse, solite facce. Si vede solo quello: stesse facce, zero idee. Perché chi ha idee veramente riformatrici, progressiste, quasi rivoluzionarie, viene immediatamente tagliato fuori. È sempre stato così. Negli ultimi anni, l’Italia per molti aspetti è tornata indietro. E non parlo di economia.

Quale futuro potrà mai avere una nazione tanto regredita quanto la nostra, in cui l’uso democratico del dissenso finisce per favorire e per rafforzare il sistema, in una catena di tensioni e rilassamenti continui che finiranno inevitabilmente collo spezzare le corde della società civile? Una protesta come quella citata ad inizio articolo, così come le innumerevoli proteste nei varî ambiti lavorativi che hanno luogo quotidianamente in varie località del territorio nazionale, non hanno un futuro. Non avranno mai un futuro. Vanno perciò eliminati tutti i fattori, tutti gli elementi che portano al dissenso, che portano cioè la gente a protestare (giustamente). Credo che si possa rivoluzionare l’Italia senza uscir fuori dal selciato democratico segnato dai nostri padri e dai nostri nonni. Nella maggioranza dei casi, basterà semplicemente applicare la Costituzione; applicarla e controllare che essa venga rispettata. In altri casi occorre inasprire le pene e controllare che esse vengano rispettate. E vi garantisco che in questo modo il nostro Parlamento necessiterebbe per forza di nuova forza lavoro, perché una grandissima parte dei deputati e dei senatori attualmente “operanti” (si fa per dire) sono quanto meno indagati. In Italia deve vigere una reale volontà di cambiare in positivo le cose, anche e soprattutto nella stessa popolazione non direttamente operante nei centri del potere ma avente – troppo spesso inconsciamente – un altissimo potere decisionale e rivoluzionario. Solo così potranno cambiare le cose.

«Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.»
Mahatma Gandhi

 

010 – L’amalgama del potere

Lavoriamo per noi stessi? No. La stragrande maggioranza degli occupati lavora per rendere mobile la società nella quale viviamo, oliandola allorquando paghiamo le tasse. Abbiamo già pagato troppo di tasca nostra. Con tutti quei soldi, con tutti i nostri soldi, avremmo diritto a servizi molto più dignitosi. Ma i soldi vanno a finire sempre nelle mani dei soliti ignoti; sì, a noi ignoti, i quali sono noti, notissimi – se non amici intimi – degli addetti ai lavori. Mafia, politica, lobby, servizi segreti: quattro settori così intimamente connessi da non potersi non accorgere dell’amalgama che ne esce fuori. Ne viviamo le conseguenze ogni giorno, in maniera più o meno diretta. Ma non facciamo niente per andare finalmente tutti quanti insieme contro il sistema.

La mafia, ad esempio, trae beneficio non solo dal pizzo, ma da tantissime altre attività illecite, nella maggior parte dei casi compiute con la condiscendenza della classe politica dominante e/o dirigente. Come il riciclaggio di denaro sporco, la cui puzza si sente lontano un miglio – anzi, migliaia di miglia, fino agli Stati Uniti d’America – a cui potenti compagnie private o semi-private non resistono, lasciandoci lo zampino. La traccia lasciata dal loro zampino viene talvolta scoperta, altre volte no. Quando viene scoperta, non è detto che se ne parli. Se se ne parla, lo si può fare in due modi: o raccontando tutta la verità dei fatti (il che non succede quasi mai, perché i pochi coraggiosi che lo fanno rischiano quotidianamente di perdere la vita per amor di verità); oppure raccontando menzogne, bugie pesantissime in grado di manipolare fette enormi di popolazione, la quale spingerà al potere il politico che dà ai disonesti maggiori garanzie di poter operare illecitamente sotto la sua guida e di poter essere al contempo immuni dalla giustizia sotto la sua egida. La gente manipolata è costituita da individui che non si informano a fondo sui fatti (la qual cosa è in parte comprensibile, dal momento che la verità è paragonabile a un ago in un fienile di cinquecento metri quadri ricolmo di foraggio, laddove il foraggio simboleggia in questo caso il marciume politico-economico-mafioso segreto). Eppure, non è detto che qualora si scopra la verità essa venga detta apertamente, ovvero che se ne parli pubblicamente, che si denunci l’intero sistema di corruzione. No, perché fin quando si opera all’intero del sistema corrotto, è rarissimo che qualcuno vi si metta contro. Così facendo, infatti, si rischia ancora una volta di finire ammazzati. Si preferisce dunque vigliaccamente salvaguardare la propria vita insabbiando le prove che avrebbero portato alla pubblica denuncia del marciume. E questo accade non solo in politica, ma parzialmente nello stesso mondo della magistratura, macro-organo preposto per definizione all’applicazione della giustizia in tutte le sue parti.

quando si scopre la verità - schema

Prima ho scritto che «la verità è paragonabile a un ago in un fienile di cinquecento metri quadri ricolmo di foraggio, laddove il foraggio simboleggia in questo caso il marciume politico-economico-mafioso segreto». Per delineare l’entità, o i contorni della cattiva informazione, si potrebbe ricorrere anche all’immagine di un tumore che, più o meno lentamente, danneggia l’organismo dal quale pur trae il suo sostentamento.

Finitela dunque di immaginare la mafia come un fenomeno a parte, staccato dagli atri settori della vita pubblica. Finitela di immaginare il mafioso come un uomo con la coppola e la lupara in mano. Le figure così definite, in questo modo un po’ folkloristico e un po’ grottesco, sono a un passo dal tramonto, sebbene resistano ancora nell’immaginario collettivo. Ma state pur tranquilli che la nuova mafia, quella del XXI secolo, è composta da colletti bianchi, da imprenditori, da “cavalieri del lavoro”, da manager, da banchieri, in generale da ricchissimi che «continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica» (1). E questo quando nel mondo una persona su dieci (soprav)vive con meno di due dollari al giorno.

(1) Internazionale.it, Otto uomini possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale, 16/01/2017, http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/16/otto-uomini-ricchezza-oxfam

 

 

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006 – Stupide imposizioni

Sono nella biblioteca della facoltà di Filosofia, dipartimento di Romanistica, Germanistica e Anglistica. Ho appena finito di scrivere un compito. Devo ancora consegnare tre lavori: uno entro la prima decade di marzo, il secondo entro la fine di marzo, l’altro entro la prima decade di aprile. Devo farlo. La società attuale ci spinge sovente a fare cose che non vogliamo fare. Questa svogliatezza è in parte dovuta all’effettiva inutilità – e, talvolta, anche dannosità – dei compiti ai quali siamo sottoposti, e dall’altra parte a un nostro difetto caratteriale, in ogni caso negativo, che va mutato.

Lavorare è bene, ma non nei termini e nelle condizioni che ci impone la società capitalistica. Vediamo da un lato gente che si suicida perché costretta a lavorare troppo, dall’altro lato gente che si suicida perché non lavora. Squilibri economici e sociali, esagerazioni da un lato e dall’altro che non portano mai a nulla di buono.

Guardavo prima fuori dalla finestra. Ho visto alcuni uccelli, di cui due corvi. E ho pensato: “Loro, liberi. Io, qui dentro”. Loro sono guidati dagli istinti della sopravvivenza e della conservazione della specie. Anche gli esseri umani. Ma allora perché loro non fanno le cose che fa solo il più stupido delle creature abitanti il pianeta? Loro non sono stupidi, né intelligenti. Non si può parlare di intelligenza né per gli animali domestici, né per quelli selvatici. Noi consideriamo intelligente un cane che si agita al pensiero del cibo quando sente determinati rumori e quando vede determinati movimenti da parte del suo padrone. Ma questa non è intelligenza. Si tratta di suoni e di azioni abituali a cui il cane sa per esperienza che segue l’offerta del cibo da parte del padrone. Gli animali, tutti, si adattano alle condizioni ambientali che li circondano. Il loro comportamento è dettato dai sentimenti. Amano chi si prende cura di loro, si fidano dello sconosciuto che dona loro una carezza per strada e vi si legano al punto da seguirlo, riponendo in lui ogni loro speranza di un futuro migliore.

L’uomo invece deve essere intelligente. E già solo in questo sta tutta la sua stupidità. Per meglio dire, la sua stupidità non sta nel fatto di dover essere intelligente, ma nel dover apparire tale. La sua stupidità sta nel comportarsi come la società dice che sia giusto, corretto, “intelligente” comportarsi.

Mi fermo qui per il momento.
A presto.