011 – Un ritorno

Cari lettori, care lettrici,

Vi riscrivo con piacere. Si tratta di un ritorno; uno di altri che verranno, me lo sento. Questo, come potete immaginare, significa che ci saranno altre pause. Non si tratta di una certezza, bensì di una ipotesi che sento essere molto probabile.

Vi scrivo perché ne ho improvvisamente sentito la necessità. Perché io, se non sento una quantità di necessità tale da spingermi a scrivervi, non scrivo.

Da quanto tempo non scrivevo più sul blog. Però, in questo preciso istante in cui digito queste lettere, si ripresentano i soliti, ben noti problemi di cui vi ho già parlato:

1) la difficoltà nel parlarvi in maniera oggettiva, cioè senza rimandi alla mia esperienza sensibile;
2) la difficoltà nel trovare un tema di cui parlare.

In altre parole, sento sì l’impellente necessità di comunicare con voi; ma non so come e verso dove indirizzare questa forza, questa volontà.
Ho trovato questo documento nel mio hard disk:

Trovare un equilibrio tra sé e il mondo circostante.
È questa la vera sfida a cui ogni individuo
deve far fronte quotidianamente,
più o meno consciamente.

Sono state date varie ricette nel corso dei secoli affinché ciascuno potesse raggiungere l’agognata pace interiore; eppure, ogni storia umana è diversa dall’altra. Le varie ricette propugnate – più o meno velatamente – dai nostri predecessori, possono aiutarci solo in parte.

Conosci. Abbi sempre sete di conoscenza, del tuo mondo e di quello altrui. Non c’è pericolo di soddisfarti, perché la conoscenza è quella fonte presso la quale più bevi, più hai sete.

 

monptero-de-S.-Gonalo-2Monoptero di S. Gonzalo, Mogadouro, Portogallo.

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008 – Me, myself and you

Provo sempre la sensazione per cui qualunque cosa io scriva in questo blog, qualsiasi siano le informazioni che trasmetto, non troverete mai un post totalmente neutrale, vale a dire totalmente scevro da ogni riferimento più o meno esplicito a me medesima. Non lo troverete mai. In qualunque mio messaggio avvertirete sempre una traccia del mio essere. Non potete immaginare quanto mi dia fastidio parlare pubblicamente – in modo più o meno esplicito – di me o dei fatti che mi riguardano. È un qualcosa che mi ripugna. Anche volendo parlare di argomenti non strettamente inerenti alle mie esperienze dirette, la mia impronta rimarrebbe comunque ben visibile. Anzi, quanto più gli argomenti di cui parlo sono distanti dalla mia realtà, tanto più visibile si farebbe la mia presenza con l’aggiunta di considerazioni personali. Ma la massima espressione di egocentrismo, tuttavia, la trovereste se parlassi di fatti a me vicini o addirittura da me vissuti.

Potrei descrivere questo fenomeno usando una metafora avente per oggetto un elastico. Immaginate un elastico a forma di cerchio. Immaginate di pressarne i due lati opposti con due dita, di modo che essi si uniscano fino a toccarsi al centro. Immaginate adesso che il punto sito al centro dell’elastico, laddove i due lembi opposti si toccano, sia fisso al suo posto, ma in modo tale che l’elastico possa muoversi se tirato, non importa se in senso orario o antiorario. Ebbene, così facendo i due punti iniziali siti al centro dell’elastico si allontanerebbero fra di loro fino a trovarsi agli antipodi, per poi – superata la massima distanza – tornare ad avvicinarsi fino a toccarsi di nuovo, e così via, in un ciclo che terminerebbe solo con la rottura dell’elastico a causa della continua frizione generante calore e indebolimento della materia elastica. Il punto di contatto tra i due punti opposti rappresenta la fase in cui parlo esplicitamente dei miei fatti personali, senza pudore. Quando i due punti si trovano invece agli antipodi, è come se l’argomento di cui parlo avesse per oggetto esperienze da me non vissute in prima persona, ma raccontando le quali aggiungessi ugualmente riflessioni e ipotesi personali.

Se si desidera semplificare la scena dell’elastico, si potrebbe ricorrere all’immagine di due treni che viaggiano l’uno nel senso opposto dell’altro. Tuttavia, in questo caso la loro velocità non deve essere necessariamente la stessa; ciò che importa è l’incontro tra i due mezzi di locomozione e il loro successivo ritorno alla solitudine.

Prima vi avevo detto di immaginare un elastico. In realtà, l’azione descritta poco sopra potrebbe essere fatta da un cerchio costituito da qualsiasi materiale flessibile o comprimibile, come la stoffa. Vi avevo detto di pensare a un elastico perché, prima di descrivervi quell’azione, ne avevo in mente un’altra per la cui riuscita si sarebbe reso necessario l’uso di un elastico e soltanto di un elastico. Ma non ne parlerò. L’immagine descritta sopra è più affascinante.

Desidero terminare questo post invitandoVi a immaginare la Vostra vita come una rotellina attorno alla quale gira tutto, tutto ciò che avete in Vostro potere. Voi decidete in quale verso far evolvere le Vostre relazioni, i Vostri studî, le Vostre passioni. Voi decidete della Vostra vita. RicordateVi solo che il tempo – quello sì – va in un’unica direzione.

005 – Come una bolla d’aria

Buongiorno a tutti.

Finalmente ho preso la decisione di scriverVi. In realtà non è la prima volta che avrei voluto pubblicare qualcosa dopo il post 004 – Rompi gli schemi. Ci sono stati dei giorni, infatti, in cui avrei voluto condividere con Voi i miei sentimenti. Ma non l’ho fatto; non per mancanza di tempo, non per mancanza di voglia, ma per vergogna. La vergogna di non riuscire a scrivere qualcosa che potesse suscitare il Vostro interesse. In quel tentativo avevo cominciato a scrivere più o meno le stesse cose che state leggendo adesso: i convenevoli, la mia difficoltà nello scrivere qualcosa che potesse destare il Vostro interesse e la mia difficoltà nel decidermi a pubblicare le mie parole.

Sapete da dove nasce la mia difficoltà nel pubblicare un post del genere? Dal fatto che finora non ho detto nulla di concreto. Nulla. Non ho parlato di alcun tema in particolare; ho solamente denunciato la mia difficoltà nel pubblicare un post che non focalizzi l’attenzione su di una tematica ben precisa, esattamente come nel caso del presente articolo. Ecco, il fatto di scrivere del (quasi-) niente è per me motivo di vergogna. Ma se state leggendo queste parole, la vergogna è stata da me superata. È questo un qualcosa di positivo o di negativo, aver superato la vergogna per aver pubblicato un post che non parla di niente? Dovrei pensarci per dare la risposta. La risposta non deve essere per forza solo sì o solo no, ma anche una via di mezzo che comprenda le motivazioni afferenti a entrambe le possibili scelte. A me piacciono le risposte motivate. Da questo punto di vista mi piacciono anche le risposte sbagliate, purché appunto motivate.

Stavo dimenticando di dirVi che il mio saluto iniziale (“buongiorno”) non va inteso in senso “letterale”, ma nel senso più generale di “ti/vi saluto” che soprastà anche alle altre forme di saluto, come buonasera, ciao, ecc. Dico questo perché potrebbe capitare che qualcuno di Voi legga le mie parole in un momento della giornata in cui non si userebbe più la formula di saluto “buongiorno”. Ho voluto fare questa precisazione per evitare di passare per una persona superficiale che non si interessa delle istanze dei proprî lettori.

Adesso è meglio se finisco qui il mio messaggio, giacché la fiamma, la propulsione iniziale che mi ha spinto a scriverVi va man mano esaurendosi. Però ricordateVi che nei giorni in cui non scrivo alcun post potrei avere voglia di farlo, ma non sapere bene che cosa scrivere. Vale dunque il discorso aperto – e fra poco chiuso – nel presente articolo.

Buona giornata (inteso non per forza in senso “letterale”).
Vi abbraccio, statemi bene.