020 – Prìvati degli orpelli

Via, non ci siano segreti tra noi.

Non so più chi io sia. Non lo so più.

So solo che tre giorni fa stavo parzialmente meglio dell’altroieri, l’altroieri meglio di ieri, ieri meglio di oggi… e così via.

«E così via».

La matematica e la fisica vogliono che un moto perpetuo resti costante nel tempo, senza subire variazione alcuna.

Sebbene questa sorta di definizione sia vera, ho sbagliato a parlarne in questa circostanza. Anziché parlare di moto perpetuo, nel mio caso sarebbe più opportuno parlare di moto rettilineo uniformemente accelerato. Se infatti si trattasse di moto perpetuo, il mio modo di sentirmi sarebbe costantemente uguale da tre giorni a questa parte, ponendo come inizio del periodo in questione il 2 maggio 2019. – Cavolo, ma siamo già al 5 maggio? –

Però qui si tratta a grandissime linee di un moto rettilineo uniformemente accelerato. Perché dico “a grandissime linee”? Per due motivi fondamentali: in primo luogo, perché non so quanto possa essere rettilineo; e in secondo luogo, perché non so quanto possa essere uniformemente accelerato, laddove il cuore del mio dubbio risiede nella parola ‘uniformemente’.

Ah, se la matematica riuscisse a spiegare i moti intimi di ciascuno di noi… a me non cambierebbe niente.

La matematica può, a mio avviso, spiegare moltissime cose. No, non mi azzardo a dire che possa spiegare “tutto”, perché non ho conoscenze sufficienti che possano avallare la mia ipotesi. Ma so che può spiegare moltissime cose. Il che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Che cos’è “tantissimo”? Come lo quantifichiamo? Non a caso, nella grammatica italiana, questo aggettivo e pronome rientra nella categoria degli indefiniti.

Se esistesse un modo per dare un esatto valore matematico a ogni minima sfumatura dell’umore umano e a ogni evento che possa accaderci in vita, incrociando i dati in un – immagino – complicatissimo giuoco (ma sì, vediamola come un gioco) di funzioni complesse (sempre che il genere umano non si estingua prima di tale giorno)… che cosa succederebbe? Succederebbe che ogni momento, ogni secondo, ogni minuto, ogni giorno, ogni anno… in altre parole, ogni singolo segmento della nostra vita acquisterebbe un valore matematico. Però tale valore matematico, di per sé, varrebbe solo fino a quell’istante di vita. Cioè, non avrebbe un valore utile per la predizione di eventi futuri.

Siamo sicuri? Se fosse davvero possibile attribuire un valore matematico per ogni istante della vita di ognuno di noi così come per quelli di un qualsiasi gruppo di esseri umani aventi un’influenza più o meno diretta su noi medesimi… non sarebbe forse possibile prevedere i movimenti futuri per ciascuno di noi e per gli stessi gruppi? Forse, a questo punto, sarebbe più probabile vincere al Superenalotto giocando un’unica combinazione una sola volta in vita propria.

Già.

Non penso, cari miei, che la superstizione comunemente intesa sia più vicina alla matematica di quanto pensiamo. Ci manca solo che la predizione diventi una nuova branca scientifica, una nuova scienza, sebbene, qualora si verificassero tutte le ipotesi formulate in precedenza, questa teoria non sarebbe nemmeno così improbabile come potrebbe sembrare in un primo momento.

Confesso che non avrei voluto condividere questa riflessione con voi. Questa, e neppure le precedenti. Non so esattamente per quale motivo.

Vi abbraccio forte. Ciao.

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019 – Un giorno come un altro

C’è ancora chi crede che l’umanità si salverà? C’è ancora chi crede nella presunta giustezza dell’essere umano? E anche qualora vi fossero uomini giusti, questi sono sempre stati e sempre saranno la più esigua minoranza. La voce grossa la dettano i potenti, i prepotenti, i capitalisti che offrono i mezzi economici affinché altri esseri umani, inizialmente sprovvisti di denaro, possano arricchirsi. E sono sempre questi i problemi principali: la centralizzazione del denaro in mano a pochi privati e la grande illusione che il denaro possa renderci felici nel profondo. Con ciò non intendo dire che il denaro non faccia comodo; ma fa comodo in quest’epoca, in questa parte di mondo e in questo determinato sistema economico chiamato capitalismo. Siamo immersi in una realtà secondo la quale una persona vale per quello che possiede in denaro o in beni suscettibili di essere valutati in denaro. Siamo continuamente bombardati dall’idea secondo cui occorra comprare qualcosa per diventare felici. Guardiamoci attorno: quante delle cose che vediamo sono realmente indispensabili alla nostra vita? Meno del cinque per cento, oserei dire, se non addirittura il 3,5% o massimo il 4%. Ma qui si apre un’altra voragine di pensiero: ammesso che anche il cento per cento dei beni che ci circondano e dei servizi di cui usufruiamo siano indispensabili, quanta parte di tali beni e servizi proviene da un modo di produzione etico, moralmente sostenibile, legalmente accettabile? Indossiamo capi di abbigliamento per la grandissima parte prodotti in Cina, Pakistan, India, in condizioni di sfruttamento massimo. E non è vero che per vestire capi di abbigliamento privi del sangue dello sfruttamento occorra svenarsi. Certo, non possiamo aspettarci un paio di pantaloni a dieci euro, ma non occorre neanche sborsarne cento per vestire etico. Oppure, guardiamo ciò che mangiamo: sono prodotti a chilometro zero? Temo di no per la stragrande maggioranza dei casi. Ma anche qui, ancora una volta, la scelta giusta dipende esclusivamente da noi. Invece di comprare le fragole in inverno, dobbiamo nutrirci di frutta e verdura di stagione. Invece di acquistare biscotti confezionati industrialmente, anche se prodotti in Italia, preferiamo quelli artigianali; magari il panificio sotto casa li vende (sarebbe strano se non fosse così). E così via per tutti, tutti i settori di sussistenza, tra i quali rientra quello energetico, in particolare il consumo di elettricità e di acqua potabile. Ci sono tantissime cose che dobbiamo fare per salvaguardare il pianeta; si tratta di accorgimenti che alla lunga (quindi, contrariamente alla logica del qui e ora) comportano benefici economici anche per le nostre tasche. Puntare tutto sulle fonti di energia rinnovabile, ad esempio. Spegnere la luce di un luogo dal quale ci assenteremo per più di dieci secondi. Chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti. Riutilizzare la carta con cui il panettiere ha avvolto il nostro pane per pulire il grosso dello sporco di pentole e padelle. Raccogliere e utilizzare l’acqua di scarico della lavatrice per fare andare via il risultato dei nostri bisogni anziché sprecare l’acqua dello sciacquone. Recarsi al lavoro a piedi, in bici o al limite con i mezzi pubblici. Ma anche qui la volontà, i progressi e gli sforzi che ciascuno di noi deve moralmente attuare per cambiare in positivo il mondo e sé stessi – perché credetemi, quando si fa del bene si sta bene -, devono trovare un altrettanto forte e deciso supporto nazionale, continentale e mondiale. Non si può chiedere al cittadino comune di usare la bicicletta se tu, capo di un qualsiasi Stato, usi l’aereo di Stato per i tuoi capricci personali. Non si può chiedere al cittadino comune di andare al lavoro a piedi se tu, ministro di uno Stato qualsiasi, vai un giorno sì e l’altro pure in vacanza senza lavorare mai e senza sedere una sola volta al parlamento europeo per negoziare il regolamento di Dublino. Per dire. Ma soprattutto, non si possono e non si potranno mai cambiare realmente le cose, ovvero non si potrà mai salvare veramente il pianeta se gli sforzi non sono comuni, cioè se manca la volontà politica di farlo. Ma qui, chiaramente, ci scontriamo contro un iceberg, altro che contro un muro di gomma; troppi interessi in parte ancora occulti ruotano attorno alle lobby del petrolio, della finanza, delle armi. Troppi soldi per troppe poche persone: una pietanza troppo ghiotta per potervi rinunciare e per abbracciare la causa del bene e del benessere comuni.

 

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Ciao, Pier.

pasolini

018 – Indefinito

È da qualche giorno che desidero scrivere qualcosa; ma che cosa, non saprei. “E allora perché stai scrivendo adesso, se non sai bene neanche tu che cosa riportare?”, vi direte. E io vi dico che avete ragione.

Sono solita pubblicare articoli in cui parlo concretamente di qualcosa: di un fatto d’attualità, di politica, più raramente di religione… Invece, questa volta, non ho niente di concreto di cui parlarvi. “E perché parlare del più e del meno, come stai facendo tu, adesso, in questo preciso istante, non dovrebbe essere qualcosa di concreto?”, vi chiederete. E vi dico ancora una volta che sì, avete ragione. Parlare del nulla cosmico, del nulla più assoluto, può essere anch’esso argomento di un post; anzi, un articolo che non si focalizzi su alcun tema specifico – o “concreto”, come detto poc’anzi – potrebbe risultare addirittura meno banale e scontato rispetto ad altri. Scrivere del nulla: è una virtù, questa, a parer vostro?

Secondo me, sì. Vi dirò di più: sono dell’idea che non si possa scrivere del nulla. Quando si scrive, si scrive necessariamente di qualcosa, fosse anche solo la pura condivisione di sentimenti. E qui si apre un altro capitolo, un’altra porta: è possibile condividere sentimenti veri, reali, profondi, puri con la sola parola – una parola per di più scritta, dunque non letta da una persona terza che possa apportare nuovi elementi all’elaborazione di emozioni – una parola che non sia la propria voce interiore?

Ogniqualvolta leggiamo una qualsiasi cosa, la nostra voce interiore si fa carico della lettura. In realtà non ne sono sicurissima, ma credo che si tratti proprio della nostra voce, sebbene interiorizzata. Talvolta provo a sostituire la mia voce con quella di un’altra persona, una persona da me mai conosciuta nella realtà, ma solo nella mia immaginazione: non funziona che per una ventina di secondi, se va bene. Sì, mentre leggo penso al fatto che io stia leggendo con il mio tono di voce, con il mio timbro, con il mio volume tipici. Questo mi crea problemi, perché così facendo non riesco a concentrarmi sulla comprensione dei contenuti che vado via via leggendo. Il risultato è che devo sempre rileggere da capo uno stesso pezzo di testo, anche tre, quattro, cinque volte. Potete immaginare che questo mi crei problemi nello studio.

Volevo condividere con voi un’altra riflessione a proposito dell’argomento “scrivere del nulla”. Credo che scrivere – in generale, non importa che cosa – risponda sempre a una esigenza naturale di espressione. Pertanto, anche quando si scrivesse teoricamente del nulla, noi caricheremmo o contrassegneremmo ugualmente le nostre parole con le nostre tonalità più tipiche, ovvero noi veicoleremmo ugualmente dei sentimenti al pubblico, indipendentemente dall’argomento trattato, che sia il nulla cosmico o il tutto universale. Non c’è testo che non veicoli un sentimento, un’emozione. Mai. Tanto nello scritto quanto nel parlato e nelle loro varietà intermedie.

Avevo iniziato a scrivere questo post quando ero ancora pervasa da un sentimento assimilabile alla rabbia, alla frustrazione, alla tristezza e anche alla rassegnazione. Qualcosa – non so che cosa di preciso – mi ha spinto a scrivere questo post come reazione al mio stato d’animo. Come risultato delle tendenze negative caratterizzanti i miei moti interiori, sembravo essere diventata apatica. È forse cambiata la situazione, adesso?

Non molto. Sto meglio, sì, ma potrei stare meglio. Bel gioco di parole. A proposito, potrei scrivere un giorno dei giochi linguistici con cui ero solita giocare anni fa. Vedremo. Per il momento, vi ringrazio dell’attenzione dedicatami. A presto.

011 – Un ritorno

Cari lettori, care lettrici,

Vi riscrivo con piacere. Si tratta di un ritorno; uno di altri che verranno, me lo sento. Questo, come potete immaginare, significa che ci saranno altre pause. Non si tratta di una certezza, bensì di una ipotesi che sento essere molto probabile.

Vi scrivo perché ne ho improvvisamente sentito la necessità. Perché io, se non sento una quantità di necessità tale da spingermi a scrivervi, non scrivo.

Da quanto tempo non scrivevo più sul blog. Però, in questo preciso istante in cui digito queste lettere, si ripresentano i soliti, ben noti problemi di cui vi ho già parlato:

1) la difficoltà nel parlarvi in maniera oggettiva, cioè senza rimandi alla mia esperienza sensibile;
2) la difficoltà nel trovare un tema di cui parlare.

In altre parole, sento sì l’impellente necessità di comunicare con voi; ma non so come e verso dove indirizzare questa forza, questa volontà.
Ho trovato questo documento nel mio hard disk:

Trovare un equilibrio tra sé e il mondo circostante.
È questa la vera sfida a cui ogni individuo
deve far fronte quotidianamente,
più o meno consciamente.

 

Sono state date varie ricette nel corso dei secoli affinché ciascuno potesse raggiungere l’agognata pace interiore; eppure, ogni storia umana è diversa dall’altra. Le varie ricette propugnate – più o meno velatamente – dai nostri predecessori, possono aiutarci solo in parte.

Conosci. Abbi sempre sete di conoscenza, del tuo mondo e di quello altrui. Non c’è pericolo di soddisfarti, perché la conoscenza è quella fonte presso la quale più bevi, più hai sete.

 

monptero-de-S.-Gonalo-2Monoptero di S. Gonzalo, Mogadouro, Portogallo.

008 – Me, myself and you

Provo sempre la sensazione per cui qualunque cosa io scriva in questo blog, qualsiasi siano le informazioni che trasmetto, non troverete mai un post totalmente neutrale, vale a dire totalmente scevro da ogni riferimento più o meno esplicito a me medesima. Non lo troverete mai. In qualunque mio messaggio avvertirete sempre una traccia del mio essere. Non potete immaginare quanto mi dia fastidio parlare pubblicamente – in modo più o meno esplicito – di me o dei fatti che mi riguardano. È un qualcosa che mi ripugna. Anche volendo parlare di argomenti non strettamente inerenti alle mie esperienze dirette, la mia impronta rimarrebbe comunque ben visibile. Anzi, quanto più gli argomenti di cui parlo sono distanti dalla mia realtà, tanto più visibile si farebbe la mia presenza con l’aggiunta di considerazioni personali. Ma la massima espressione di egocentrismo, tuttavia, la trovereste se parlassi di fatti a me vicini o addirittura da me vissuti.

Potrei descrivere questo fenomeno usando una metafora avente per oggetto un elastico. Immaginate un elastico a forma di cerchio. Immaginate di pressarne i due lati opposti con due dita, di modo che essi si uniscano fino a toccarsi al centro. Immaginate adesso che il punto sito al centro dell’elastico, laddove i due lembi opposti si toccano, sia fisso al suo posto, ma in modo tale che l’elastico possa muoversi se tirato, non importa se in senso orario o antiorario. Ebbene, così facendo i due punti iniziali siti al centro dell’elastico si allontanerebbero fra di loro fino a trovarsi agli antipodi, per poi – superata la massima distanza – tornare ad avvicinarsi fino a toccarsi di nuovo, e così via, in un ciclo che terminerebbe solo con la rottura dell’elastico a causa della continua frizione generante calore e indebolimento della materia elastica. Il punto di contatto tra i due punti opposti rappresenta la fase in cui parlo esplicitamente dei miei fatti personali, senza pudore. Quando i due punti si trovano invece agli antipodi, è come se l’argomento di cui parlo avesse per oggetto esperienze da me non vissute in prima persona, ma raccontando le quali aggiungessi ugualmente riflessioni e ipotesi personali.

Se si desidera semplificare la scena dell’elastico, si potrebbe ricorrere all’immagine di due treni che viaggiano l’uno nel senso opposto dell’altro. Tuttavia, in questo caso la loro velocità non deve essere necessariamente la stessa; ciò che importa è l’incontro tra i due mezzi di locomozione e il loro successivo ritorno alla solitudine.

Prima vi avevo detto di immaginare un elastico. In realtà, l’azione descritta poco sopra potrebbe essere fatta da un cerchio costituito da qualsiasi materiale flessibile o comprimibile, come la stoffa. Vi avevo detto di pensare a un elastico perché, prima di descrivervi quell’azione, ne avevo in mente un’altra per la cui riuscita si sarebbe reso necessario l’uso di un elastico e soltanto di un elastico. Ma non ne parlerò. L’immagine descritta sopra è più affascinante.

Desidero terminare questo post invitandoVi a immaginare la Vostra vita come una rotellina attorno alla quale gira tutto, tutto ciò che avete in Vostro potere. Voi decidete in quale verso far evolvere le Vostre relazioni, i Vostri studî, le Vostre passioni. Voi decidete della Vostra vita. RicordateVi solo che il tempo – quello sì – va in un’unica direzione.

005 – Come una bolla d’aria

Buongiorno a tutti.

Finalmente ho preso la decisione di scriverVi. In realtà non è la prima volta che avrei voluto pubblicare qualcosa dopo il post 004 – Rompi gli schemi. Ci sono stati dei giorni, infatti, in cui avrei voluto condividere con Voi i miei sentimenti. Ma non l’ho fatto; non per mancanza di tempo, non per mancanza di voglia, ma per vergogna. La vergogna di non riuscire a scrivere qualcosa che potesse suscitare il Vostro interesse. In quel tentativo avevo cominciato a scrivere più o meno le stesse cose che state leggendo adesso: i convenevoli, la mia difficoltà nello scrivere qualcosa che potesse destare il Vostro interesse e la mia difficoltà nel decidermi a pubblicare le mie parole.

Sapete da dove nasce la mia difficoltà nel pubblicare un post del genere? Dal fatto che finora non ho detto nulla di concreto. Nulla. Non ho parlato di alcun tema in particolare; ho solamente denunciato la mia difficoltà nel pubblicare un post che non focalizzi l’attenzione su di una tematica ben precisa, esattamente come nel caso del presente articolo. Ecco, il fatto di scrivere del (quasi-) niente è per me motivo di vergogna. Ma se state leggendo queste parole, la vergogna è stata da me superata. È questo un qualcosa di positivo o di negativo, aver superato la vergogna per aver pubblicato un post che non parla di niente? Dovrei pensarci per dare la risposta. La risposta non deve essere per forza solo sì o solo no, ma anche una via di mezzo che comprenda le motivazioni afferenti a entrambe le possibili scelte. A me piacciono le risposte motivate. Da questo punto di vista mi piacciono anche le risposte sbagliate, purché appunto motivate.

Stavo dimenticando di dirVi che il mio saluto iniziale (“buongiorno”) non va inteso in senso “letterale”, ma nel senso più generale di “ti/vi saluto” che soprastà anche alle altre forme di saluto, come buonasera, ciao, ecc. Dico questo perché potrebbe capitare che qualcuno di Voi legga le mie parole in un momento della giornata in cui non si userebbe più la formula di saluto “buongiorno”. Ho voluto fare questa precisazione per evitare di passare per una persona superficiale che non si interessa delle istanze dei proprî lettori.

Adesso è meglio se finisco qui il mio messaggio, giacché la fiamma, la propulsione iniziale che mi ha spinto a scriverVi va man mano esaurendosi. Però ricordateVi che nei giorni in cui non scrivo alcun post potrei avere voglia di farlo, ma non sapere bene che cosa scrivere. Vale dunque il discorso aperto – e fra poco chiuso – nel presente articolo.

Buona giornata (inteso non per forza in senso “letterale”).
Vi abbraccio, statemi bene.