013 – Un punto (parziale) della situazione

Facciamo il punto della situazione. Immaginate un punto che diventa sempre più largo man mano ci avviciniamo ad esso, al punto che non sia più considerabile come punto. Immaginate questa figura come una ellisse o un cerchio. Immaginate adesso che sul perimetro della prima o sulla circonferenza dell’altra spuntino dei segnali di demarcazione simili a segmenti o punti:

Ellisse con punti

Si immagini ora che ciascun punto – o segmento – costituisca un tema del quale voglio parlare.

§ Avanzamento dei fascismi – Mi vien da dire poco a questo proposito, pur avendo la testa piena di pensieri che tingono di negativo qualsiasi azione fascista, forse perché ogni azione fascista è negativa. Questo presuppone – ed è ciò che penso – che esistano confini ben precisi per definire il bene e il male, o ciò che è bene e ciò che è male. Il fascismo non è solo Forza Nuova, Alleanza Nazionale, Fiamma Tricolore e compagnia brutta. Il fascismo è tutto quello che priva un essere umano della propria libertà; libertà di esprimersi, di fare o di non fare qualcosa, di pensare o di non pensare a qualcosa. Impedire a una donna di abortire è fascismo. Impedire a un uomo di vestirsi da donna è fascismo. Violentare è fascismo. Ricattare è fascismo. La mafia è fascismo. Il capitalismo è fascismo. Queste dunque le mie opinioni sull’applicabilità del termine ‘fascismo’ e sulla sua capacità di adattarsi a situazioni di varia natura ma che abbiano in comune la caratteristica della privazione della libertà.

§ Inquinamento – Mi vien da dire ancora meno per l’inquinamento che per l’avanzamento dei fascismi. Ripeto che il mondo sta andando in rovina a causa dell’essere umano e che l’intero sistema deve cambiare. Ma il sistema non è una persona con una personalità e un cervello autonomi, bensì è costituito da più individui. Quindi è ciascuno di noi a dover cambiare e se aspettiamo che sia l’altro a fare la prima mossa, sarà troppo tardi. In pillole: sono per la decrescita del numero di individui che popolano la Terra. Sono per la redistribuzione della ricchezza. Sono contro lo sfruttamento delle materie prime, qualsiasi esse siano. Sono per l’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile. Sono per l’instaurazione di un diverso sistema economico; un sistema che metta al centro l’armonia reciproca tra tutti gli esseri viventi; un sistema in cui tutti siano la priorità e non solo l’essere umano.

Vi è dell’altro, tanto altro ancora che vorrei cambiasse; ma ne parlerò un’altra volta, forse. Per il momento, vi bastino le presenti informazioni, in gran parte già note.

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012 – Padroni, oh padroni!

Nella mattinata di ieri, giovedì 26 ottobre 2017, i lavoratori del CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa, si erano riuniti in assemblea per protestare contro i licenziamenti di centinaia di lavoratori precari. Potete leggere la mozione dell’assemblea e il relativo commento della piattaforma Eurostop cliccando sul seguente link:

Pisa. Occupata dai lavoratori la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Contropiano.org

Al di là della notizia in sé, desidererei soffermarmi sulla seguente questione: fino a che punto è efficace una protesta, e per di più una protesta condotta entro gli strettissimi confini di libertà segnati dal potere?

Tempo fa lessi il testo di una vignetta, il quale diceva pressappoco così: «se fosse rivoluzionario, non te lo permetterebbero», alludendo al potere di voto degli italiani e al fatto che andando a votare – ovvero adempiendo al loro dovere di animali politici in una società sedicente democratica – gli italiani non cambiano nulla. Meglio, non hanno il potere di cambiare nulla. Per certi versi non credo che sia così, per altri sì. Mi spiego meglio. Non ho memoria di un parlamento italiano i cui componenti avessero un’età media di trent’anni o tutt’al più di quaranta (età minima consentita dall’attuale legislazione per essere eletti al Senato). Con ciò non critico in toto i deputati e i senatori anziani. Non si generalizzino le mie parole. Non mi si fraintenda, ma si legga oltre. Ciò che più mi infastidisce della politica italiana in sé è il mancato rinnovamento dell’organico politico. Legislatura dopo legislatura si vedono sempre le stesse, solite facce. Si vede solo quello: stesse facce, zero idee. Perché chi ha idee veramente riformatrici, progressiste, quasi rivoluzionarie, viene immediatamente tagliato fuori. È sempre stato così. Negli ultimi anni, l’Italia per molti aspetti è tornata indietro. E non parlo di economia.

Quale futuro potrà mai avere una nazione tanto regredita quanto la nostra, in cui l’uso democratico del dissenso finisce per favorire e per rafforzare il sistema, in una catena di tensioni e rilassamenti continui che finiranno inevitabilmente collo spezzare le corde della società civile? Una protesta come quella citata ad inizio articolo, così come le innumerevoli proteste nei varî ambiti lavorativi che hanno luogo quotidianamente in varie località del territorio nazionale, non hanno un futuro. Non avranno mai un futuro. Vanno perciò eliminati tutti i fattori, tutti gli elementi che portano al dissenso, che portano cioè la gente a protestare (giustamente). Credo che si possa rivoluzionare l’Italia senza uscir fuori dal selciato democratico segnato dai nostri padri e dai nostri nonni. Nella maggioranza dei casi, basterà semplicemente applicare la Costituzione; applicarla e controllare che essa venga rispettata. In altri casi occorre inasprire le pene e controllare che esse vengano rispettate. E vi garantisco che in questo modo il nostro Parlamento necessiterebbe per forza di nuova forza lavoro, perché una grandissima parte dei deputati e dei senatori attualmente “operanti” (si fa per dire) sono quanto meno indagati. In Italia deve vigere una reale volontà di cambiare in positivo le cose, anche e soprattutto nella stessa popolazione non direttamente operante nei centri del potere ma avente – troppo spesso inconsciamente – un altissimo potere decisionale e rivoluzionario. Solo così potranno cambiare le cose.

«Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.»
Mahatma Gandhi

 

010 – L’amalgama del potere

Lavoriamo per noi stessi? No. La stragrande maggioranza degli occupati lavora per rendere mobile la società nella quale viviamo, oliandola allorquando paghiamo le tasse. Abbiamo già pagato troppo di tasca nostra. Con tutti quei soldi, con tutti i nostri soldi, avremmo diritto a servizi molto più dignitosi. Ma i soldi vanno a finire sempre nelle mani dei soliti ignoti; sì, a noi ignoti, i quali sono noti, notissimi – se non amici intimi – degli addetti ai lavori. Mafia, politica, lobby, servizi segreti: quattro settori così intimamente connessi da non potersi non accorgere dell’amalgama che ne esce fuori. Ne viviamo le conseguenze ogni giorno, in maniera più o meno diretta. Ma non facciamo niente per andare finalmente tutti quanti insieme contro il sistema.

La mafia, ad esempio, trae beneficio non solo dal pizzo, ma da tantissime altre attività illecite, nella maggior parte dei casi compiute con la condiscendenza della classe politica dominante e/o dirigente. Come il riciclaggio di denaro sporco, la cui puzza si sente lontano un miglio – anzi, migliaia di miglia, fino agli Stati Uniti d’America – a cui potenti compagnie private o semi-private non resistono, lasciandoci lo zampino. La traccia lasciata dal loro zampino viene talvolta scoperta, altre volte no. Quando viene scoperta, non è detto che se ne parli. Se se ne parla, lo si può fare in due modi: o raccontando tutta la verità dei fatti (il che non succede quasi mai, perché i pochi coraggiosi che lo fanno rischiano quotidianamente di perdere la vita per amor di verità); oppure raccontando menzogne, bugie pesantissime in grado di manipolare fette enormi di popolazione, la quale spingerà al potere il politico che dà ai disonesti maggiori garanzie di poter operare illecitamente sotto la sua guida e di poter essere al contempo immuni dalla giustizia sotto la sua egida. La gente manipolata è costituita da individui che non si informano a fondo sui fatti (la qual cosa è in parte comprensibile, dal momento che la verità è paragonabile a un ago in un fienile di cinquecento metri quadri ricolmo di foraggio, laddove il foraggio simboleggia in questo caso il marciume politico-economico-mafioso segreto). Eppure, non è detto che qualora si scopra la verità essa venga detta apertamente, ovvero che se ne parli pubblicamente, che si denunci l’intero sistema di corruzione. No, perché fin quando si opera all’intero del sistema corrotto, è rarissimo che qualcuno vi si metta contro. Così facendo, infatti, si rischia ancora una volta di finire ammazzati. Si preferisce dunque vigliaccamente salvaguardare la propria vita insabbiando le prove che avrebbero portato alla pubblica denuncia del marciume. E questo accade non solo in politica, ma parzialmente nello stesso mondo della magistratura, macro-organo preposto per definizione all’applicazione della giustizia in tutte le sue parti.

quando si scopre la verità - schema

Prima ho scritto che «la verità è paragonabile a un ago in un fienile di cinquecento metri quadri ricolmo di foraggio, laddove il foraggio simboleggia in questo caso il marciume politico-economico-mafioso segreto». Per delineare l’entità, o i contorni della cattiva informazione, si potrebbe ricorrere anche all’immagine di un tumore che, più o meno lentamente, danneggia l’organismo dal quale pur trae il suo sostentamento.

Finitela dunque di immaginare la mafia come un fenomeno a parte, staccato dagli atri settori della vita pubblica. Finitela di immaginare il mafioso come un uomo con la coppola e la lupara in mano. Le figure così definite, in questo modo un po’ folkloristico e un po’ grottesco, sono a un passo dal tramonto, sebbene resistano ancora nell’immaginario collettivo. Ma state pur tranquilli che la nuova mafia, quella del XXI secolo, è composta da colletti bianchi, da imprenditori, da “cavalieri del lavoro”, da manager, da banchieri, in generale da ricchissimi che «continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica» (1). E questo quando nel mondo una persona su dieci (soprav)vive con meno di due dollari al giorno.

(1) Internazionale.it, Otto uomini possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale, 16/01/2017, http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/16/otto-uomini-ricchezza-oxfam

 

 

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006 – Stupide imposizioni

Sono nella biblioteca della facoltà di Filosofia, dipartimento di Romanistica, Germanistica e Anglistica. Ho appena finito di scrivere un compito. Devo ancora consegnare tre lavori: uno entro la prima decade di marzo, il secondo entro la fine di marzo, l’altro entro la prima decade di aprile. Devo farlo. La società attuale ci spinge sovente a fare cose che non vogliamo fare. Questa svogliatezza è in parte dovuta all’effettiva inutilità – e, talvolta, anche dannosità – dei compiti ai quali siamo sottoposti, e dall’altra parte a un nostro difetto caratteriale, in ogni caso negativo, che va mutato.

Lavorare è bene, ma non nei termini e nelle condizioni che ci impone la società capitalistica. Vediamo da un lato gente che si suicida perché costretta a lavorare troppo, dall’altro lato gente che si suicida perché non lavora. Squilibri economici e sociali, esagerazioni da un lato e dall’altro che non portano mai a nulla di buono.

Guardavo prima fuori dalla finestra. Ho visto alcuni uccelli, di cui due corvi. E ho pensato: “Loro, liberi. Io, qui dentro”. Loro sono guidati dagli istinti della sopravvivenza e della conservazione della specie. Anche gli esseri umani. Ma allora perché loro non fanno le cose che fa solo il più stupido delle creature abitanti il pianeta? Loro non sono stupidi, né intelligenti. Non si può parlare di intelligenza né per gli animali domestici, né per quelli selvatici. Noi consideriamo intelligente un cane che si agita al pensiero del cibo quando sente determinati rumori e quando vede determinati movimenti da parte del suo padrone. Ma questa non è intelligenza. Si tratta di suoni e di azioni abituali a cui il cane sa per esperienza che segue l’offerta del cibo da parte del padrone. Gli animali, tutti, si adattano alle condizioni ambientali che li circondano. Il loro comportamento è dettato dai sentimenti. Amano chi si prende cura di loro, si fidano dello sconosciuto che dona loro una carezza per strada e vi si legano al punto da seguirlo, riponendo in lui ogni loro speranza di un futuro migliore.

L’uomo invece deve essere intelligente. E già solo in questo sta tutta la sua stupidità. Per meglio dire, la sua stupidità non sta nel fatto di dover essere intelligente, ma nel dover apparire tale. La sua stupidità sta nel comportarsi come la società dice che sia giusto, corretto, “intelligente” comportarsi.

Mi fermo qui per il momento.
A presto.

004 – Rompi gli schemi

Rompere gli schemi ha sempre suscitato in me sensazioni positive, forse perché ho agito in questa direzione poche volte, dal momento che escludendo queste piccole azioni di ribellione, ho sempre ubbidito al volere delle autorità, vale a dire di familiari, educatori, compagni di classe pericolosi. D’altro canto, la sensazione di purezza, di freschezza, di giovialità che provo ogni qual volta rompo uno schema prestabilito da una qualsiasi autorità, può essere spiegata prendendo in considerazione non soltanto la bassa frequenza delle volte in cui mi ribello alla volontà educatoriale di maestri, professori, genitori, ecc., ma anche per via della giustezza che questo atto comporta nei miei stessi confronti.

Vi faccio un piccolo esempio. Oggi pomeriggio avrei dovuto seguire due lezioni di due ore cadauna. Quattro ore all’università, quattro ore del mio tempo che avrei sprecato, se avessi deciso di prendervi parte. Non sono contro l’istruzione, ma contro l’attuale sistema d’istruzione. Il che è diverso. Un po’ come alcuni europei che, stufi dell’aumento dei prezzi di beni e servizi nel proprio Paese, credono che il rimedio migliore per porre fine alla riduzione del loro potere d’acquisto sia ritornare alla vecchia valuta. Il ragionamento è sbagliato, illogico. Notate anche voi che il discorso non fila, che al suo interno vi è un salto, un corto circuito. La soluzione non sta nell’eliminazione del mezzo, ma nell’eliminazione (o nel cambiamento) del sovra-sistema che regola il mezzo e le sue interazioni all’interno del sub-sistema. Se sostituiamo la parola ‘sovra-sistema’ con “sistema capitalistico”, ‘mezzo’ con “moneta” e ‘sub-sistema’ con “sistema economico”, la frase precedente diventa così: la soluzione non sta nell’eliminazione della moneta, ma nell’eliminazione (o nel cambiamento) del sistema capitalistico che regola la moneta e le sue interazioni all’interno del sistema economico (di un determinato paese).

Associo il sistema capitalistico all’ideologia fascista, e cioè nei seguenti termini. Sandro Pertini diceva in un’intervista: «Il Fascismo per me non può essere considerato una fede politica. […] Il fascismo, a mio avviso, è l’antitesi delle fedi politiche. Il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche. Non si può parlare di fede politica parlando del fascismo, perché il fascismo opprimeva tutti coloro che non la pensavano come lui. Chi non era fascista era oppresso, e quindi non può parlare di vera fede politica chi opprime le fedi altrui. Io combatto, ma combatto sul terreno democratico». Forte di questa prospettiva, mi riallaccio al discorso precedente intorno all’economia capitalistica, la quale a mio avviso va non cambiata, ma eliminata. Come il fascismo.

Il verbo “cambiare” contiene al suo interno il concetto, l’idea di variazione, di spostamento (anche e soprattutto in senso metaforico) di qualcosa da uno stato A ad uno stato B, ma sempre all’interno di uno stesso sistema. Ad esempio, una frase come “il vento è cambiato” suggerisce che la direzione da cui soffia il vento è cambiata, ma ciò non significa che il vento non soffi più. Prendiamo ad esempio un’altra frase, come: “Gianni è cambiato molto rispetto a vent’anni fa”, ma sempre Gianni è. La stessa cosa vale per il capitalismo. Non puoi cambiare un sistema se hai in mente di sostituirlo con un altro. Per fare ciò devi prima eliminare, distruggere il sistema preesistente. Come farlo è un altro paio di maniche.

003 – Multinazionali: fucine dirette e indirette di morte

Sono una outsider. Per certi aspetti. Non mi conformo, non voglio conformarmi… eppure sento che, nonostante queste parole e nonostante alcune piccole vittorie quotidiane, nuoto insieme alla massa. Sono massa. È grave dire questo. Dire di essere massa, o di essere conforme alla massa (sebbene siano due concetti differenti) mi rende complice, complice dei crimini perpetrati indirettamente dalle multinazionali del petrolio o dalle lobby delle armi.

Capite bene: non possiedo in prima persona un barile di petrolio in casa, né un’arma made in U.S.A. Sono bensì le azioni quotidiane, tutte, a rinfocolare le fucine della morte dette ‘multinazionali’. Teoricamente, una multinazionale può non essere dannosa né per l’ambiente, né per i dipendenti, né per i consumatori. Nella realtà dei fatti, posso affermare con un tasso di sicurezza del 95% che tutte le multinazionali del mondo sono dannose per l’ambiente, per i dipendenti, per i consumatori.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per l’ambiente, intendo dire che tutto il processo produttivo (dalla ricerca delle materie prime alla vendita sul mercato) di un determinato bene, avviene a scapito dell’ambiente. Per ricercare le materie prime si deve prima raggiungere con qualsiasi mezzo il luogo in cui queste si trovano, sebbene i centri di lavorazione delle materie prime tendano a essere collocati il più vicino possibile ai bacini da cui esse provengono. In secondo luogo, la lavorazione delle materie prime presuppone l’utilizzo di energia elettrica, gran parte della quale proviene ancora da fonti di energia esauribili. Allo stesso tempo, il processo di lavorazione delle materie prime genera un aumento della quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera. Quando aumentano le emissioni e le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, aumenta anche la temperatura media globale. Questo provoca una destabilizzazione del clima (i cosiddetti “cambiamenti climatici”) che ogni anno causa la nemmeno tanto graduale estinzione di un numero grandissimo di specie animali e vegetali. Non appena si estingue anche un solo essere vivente, ne risente tutta la catena alimentare, determinando l’estinzione graduale di tutte le specie viventi non ancora estinte. Da questo e da altri punti di vista, l’esistenza del genere umano sulla Terra ha i giorni contati.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per i dipendenti, intendo dire che i salari di questi ultimi non sono adeguati affinché essi vivano una vita dignitosa. Ci sono tanti esempi di succursali di multinazionali che hanno preferito spostare il centro di produzione dei loro beni in Paesi i cui abitanti si accontentano delle già misere paghe, pur di portare a casa un pezzo di pane. È la disperazione a portare questi esseri umani, come te, come me, ad accettare di lavorare anche per sedici ore al giorno per produrre palloni da calcio, articoli di bigiotteria, abiti di alta moda, giocattoli, ecc., per guadagnare cosa? L’equivalente di meno di un euro al giorno. Più di un miliardo di persone vive con meno di un euro al giorno, sebbene non tutti questi individui lavorino alle dipendenze di una multinazionale. Quindi, comprare un bene di consumo che sia prodotto da una multinazionale qualsiasi (perché, come dicevo prima, sono quasi certa che non esistano sul nostro pianeta multinazionali ‘buone’ o ‘pulite’), fomenterebbe il guadagno delle già ricche multinazionali sfruttatrici di esseri umani e di risorse naturali. Qui il problema è primariamente di natura etica e solo secondariamente di natura economica, sebbene il complesso della società nella quale viviamo ci abbia inculcato che i soldi vengono prima di tutto.

Infine, dicendo che una multinazionale sia dannosa per i consumatori, intendo dire che questi ultimi devono sentire il peso sulla loro sporca coscienza dei milioni di morti di fame, di sete, di malattie da noi perfettamente curabili, di malformazioni dei feti, degli abusi perpetrati da chi è più forte. Il più forte, in questo caso, è chi ha più soldi. Soldi usati come mezzo di ricatto, di oppressione e di morte.

Con queste mie parole intendo fare un appello a tutti coloro i quali abbiano un po’ di sale in zucca, oltre che la pazienza di leggere fin qui: non comprate prodotti “di marca”. I cosiddetti “prodotti di marca” non sono altro che beni di consumo prodotti da multinazionali o da aziende comunque affiliate – quanto meno economicamente – a una multinazionale. Non comprate nessun prodotto “di marca”. Tassativamente. Troverete sul mercato tantissimi prodotti che rappresentano valide alternative a ciò che avreste voluto avere in precedenza. Comprate saponi artigianali, miele da apicoltori della vostra zona, vestiti fatti a mano dai sarti locali. Usate le vostre gambe per spostarvi, altrimenti la bicicletta, altrimenti dei mezzi pubblici di trasporto che funzionino con fonti di energia rinnovabile. Riciclate fin dove potete, riusate fin quando potete; sprecate il meno possibile, pensate al mondo più che a voi stessi. Non potete nemmeno immaginare cosa ci sia lì, in quella parte del pianeta conosciuta come il “Sud del mondo”. Usate la testa.

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002 – Piccola analisi del mondo politico attuale

È come se la gente avesse paura della verità. Certo, molto fa anche la disinformazione, generata in parte dalla propaganda di alcuni partiti – sovente basata su falsità -, in parte da ideali incompatibili già in partenza con l’idea di equità che costituisce la colonna portante dei veri partiti di sinistra. Dico “veri”, perché oggi vi sono partiti che attuano di fatto politiche di orientamento opposto a quelle perseguite dalle ideologie che animavano i grandi partiti della sinistra storica, pur discendendo, anche parzialmente, da questi ultimi. Il Partito Democratico, ad esempio.

Sì, lo so, non sono una politologa, né conosco approfonditamente la storia politica italiana in generale, né quella dei singoli partiti politici del nostro Paese. Però vivo la vita reale e vedo gli effetti delle decisioni politiche e della politica tout court. E mi verrebbe da chiedere chi ha portato – o chi ha contribuito a portare – lì dove sono ora i vari Matteo Salvini, Umberto Bossi, Roberto Calderoli, Roberto Maroni, ma anche Antonio Razzi e Sandro Bondi; questi ultimi sono chiari esempi di individui che, nella loro vita politica, hanno aderito ora a un partito, ora ad un altro, ora ad un altro ancora, per pure ragioni di convenienza. Questa è ovviamente la mia opinione, la quale non credo essere troppo discutibile.

Poi… mi è appena balenata la seguente idea. Come sarebbe utile far ripetere gli esami teorico e pratico di guida a chi si accinge a rinnovare la patente, così sarebbe utile sottoporre i nostri parlamentari a un esame scritto e orale su vari argomenti, con predilezione per tematiche afferenti alle materie umanistiche. Sì, insomma… mi piacerebbe correggere un tema di Maria Elena Boschi, o di Matteo Renzi, o dei personaggi citati nel paragrafo precedente. Ci sarebbe da divertirsi, ne sono sicura. E badate bene che ai fini della valutazione non importa solo il contenuto, ma anche l’ortografia, la coesione e la coerenza testuali e, in generale, la padronanza della lingua italiana.

Ho già immaginato che, così come in tante scuole d’Italia vi sono alunni “raccomandati”, lo stesso accadrebbe sicuramente anche in parlamento. Ad esempio, se scoprissimo che Ignazio La Russa non sa niente della storia d’Italia del XX secolo, riuscirei purtroppo a immaginare che egli continuerebbe a fare ugualmente politica, anziché venirne estromesso. Questo è grave. Ed è così che, di generazione in generazione, la politica si consolida come il potere dei “soliti noti”, dei “raccomandati”, degli “incapaci”, degli “incompetenti”, degli “ignoranti”. Perché nessuno si è mai scagliato contro il sistema, né dall’esterno né, tanto meno, dall’interno del mondo politico stesso. E questa sfera ingarbugliata che è la politica, si irrigidisce sempre di più, così che mano a mano che il tempo passa, risulta essere sempre più difficile scioglierne i nodi, le contraddizioni e le iniquità.

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