021 – Alcune considerazioni sul mondo del lavoro oggi

Non era colpa sua se era così.

Non era colpa sua se si sentiva come un albero sul quale pendeva sempre un impedimento che le impediva di crescere e di svilupparsi armoniosamente.

Non era colpa sua se, francamente, era troppo innocente.

 

 

Mi sono chiesta il perché del lavoro. “Il lavoro dà dignità”, “il lavoro dà soldi”, “il lavoro rende autonomi”, dicono.

No, non è così. Non per me.

Il mio modo di essere è estremamente positivo. Sarei sempre di buon umore se le circostanze esterne non mi avessero portato a soffrire di anoressia nervosa, di depressione e di disturbi ossessivo-compulsivi.

Parlo per esperienza personale. Dal momento che le circostanze esterne a cui ho accennato prima non sono migliorate, le mie esperienze lavorative sono sempre state non pienamente soddisfacenti. È come se ogni volta mancasse qualcosa, ben più di una virgola.

Anche volendo trasporre il discorso dal piano personale a quello generale – sebbene, com’è ovvio, usando il mio punto di vista -, il rapporto tra essere umano e lavoro non sembra essere soddisfacente. Secondo me, soddisfacente non lo è neanche per chi, vivendo in circostanze esterne felici, affermi di amare il proprio lavoro. Cerco di spiegarVi il perché.

Oggigiorno non si può vivere senza lavorare. Tenete bene a mente che sto parlando di oggi, della situazione attuale, quindi del piano sincronico, sebbene il discorso che sto per fare potrebbe essere applicato e risultare vero per tutte le attività lavorative salariate, quindi almeno dal Medioevo italiano comunemente inteso a oggi, ovvero escludendo le società il cui modello economico era (o è) basato sullo schiavismo.

Lavorare oggi significa guadagnare. O meglio, sebbene io non abbia dati a suffragio della mia ipotesi, se chiedessimo a un lavoratore qualsiasi perché lavori, questi risponderebbe che lo fa per denaro – cioè per guadagnarsi da vivere – quasi sicuramente come prima opzione, e non perché gli piaccia farlo. Per meglio dire, chi risponderebbe affermando di lavorare per amore del proprio lavoro, sarebbe una esigua minoranza. La verità è che oggi si è disposti a tutto pur di fare soldi, anche a costo di sacrificare i propri sentimenti, le proprie emozioni, insomma, l’essenza di sé. E anche se in questo caso, come nel precedente, io non abbia dati in favore della mia ipotesi, credo che la stragrande maggioranza di chi è disposto a sacrificare le cose più intime di sé per fare soldi sia composta da gente – quella sì – senza dignità. Gente che il capitalismo ha conquistato nel cuore e nella mente. Gente già economicamente abbiente di suo, ma che per guadagnare di più scende a compromessi, accettando regole, imposizioni, clausole perfettamente estranee alla loro natura intrinseca, qualsiasi essa sia.

Civiltà idiota, quella attuale. Il mondo del lavoro è un mondo di ricatto per la quasi totalità dei casi. Un mondo di privazione dei diritti fondamentali. La felicità personale è un diritto fondamentale. La libertà è un diritto fondamentale. La libertà di scegliere, di fare quel che si vuole di sé, della propria mente e del proprio corpo, senza imposizioni moralistiche o pseudo-morali, solitamente provenienti dal mondo della Chiesa, del patriarcato e del capitalismo stesso.

Qual è, allora, una possibile soluzione alla situazione attuale e che sia realmente applicabile? Guardate, il motto “lavorare meno per lavorare tutti” – sebbene sia applicabile se solo cambiasse la volontà politica di tenerci schiavi e per giunta precari in un mondo in cui lavoriamo per riempire la pancia e le tasche di chi di soldi ne ha già e in abbondanza -, non risolve il problema alla radice. Infatti, anche se lavorassimo tre o quattro ore al giorno pur guadagnando gli stessi soldi (il che, ripeto, è in teoria assolutamente fattibile), il problema non verrebbe risolto o eliminato, ma solo spostato o deviato. E temo che, fintantoché vigerà il sistema capitalistico dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo per guadagnarci un tozzo di pane, il problema resterà senza soluzione.

Si badi che… non credo di essere contro il sistema monetario. Sebbene non ne sia sicura, non credo che il sistema monetario si debba esprimere obbligatoriamente in un sistema capitalistico. D’altro canto, un qualsiasi mezzo per il pagamento di beni e servizi è comunque necessario nel mondo occidentale moderno, laddove nessuno si procura più il cibo da sé ma si affida ad altri per il proprio sostentamento, in una catena che va dalle merci che si trovano comunemente sugli scaffali del supermercato o sulle bancarelle del mercato fino al seme interrato dalle sapienti mani del contadino.

Un ritorno alle origini. Forse è proprio quello di cui abbiamo bisogno.

In poche parole, non ho – ahimè – una soluzione, nemmeno una teoria personale, su come uscire dal vortice dello sfruttamento del lavoro oggi. Ci sono troppi fattori concomitanti in gioco, e di portata troppo ampia per poter abbozzare un’ipotesi di risoluzione al problema. Tuttavia, mi sento di darVi dei consigli che risulterebbero già noti per chi mi seguisse: non inquinate; pretendete che chi aspetti ingiustamente qualcosa da voi abbia già dato a sua volta quel qualcosa ingiusto ad altri in precedenza; tornate un attimo alle origini, almeno nella vostra più profonda intimità; i padroni di voi stessi siete solamente voi stessi. Non abbiate padroni all’infuori di voi.

Consiglio a tutti, indipendentemente da quanto possiate essere o meno d’accordo con le mie parole, la lettura del saggio L’illusione della libertà di Mirco Mariucci, che ringrazio per la sua disponibilità e intelligenza. Quest’illuminante opera sarà di sicuro aiuto per chiunque volesse approfondire l’argomento trattante il rapporto tra lavoro e tempo della vita a cui ognuno di noi fa quotidianamente fronte. Potete scaricare gratuitamente il testo di questo saggio afferente al settore della socio-economia direttamente dal seguente link (il testo è di dominio pubblico): Mirco Mariucci – L’illusione della libertà.

 

Mirco Mariucci - L'illusione della libertà - Copertina ridotta

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020 – Prìvati degli orpelli

Via, non ci siano segreti tra noi.

Non so più chi io sia. Non lo so più.

So solo che tre giorni fa stavo parzialmente meglio dell’altroieri, l’altroieri meglio di ieri, ieri meglio di oggi… e così via.

«E così via».

La matematica e la fisica vogliono che un moto perpetuo resti costante nel tempo, senza subire variazione alcuna.

Sebbene questa sorta di definizione sia vera, ho sbagliato a parlarne in questa circostanza. Anziché parlare di moto perpetuo, nel mio caso sarebbe più opportuno parlare di moto rettilineo uniformemente accelerato. Se infatti si trattasse di moto perpetuo, il mio modo di sentirmi sarebbe costantemente uguale da tre giorni a questa parte, ponendo come inizio del periodo in questione il 2 maggio 2019. – Cavolo, ma siamo già al 5 maggio? –

Però qui si tratta a grandissime linee di un moto rettilineo uniformemente accelerato. Perché dico “a grandissime linee”? Per due motivi fondamentali: in primo luogo, perché non so quanto possa essere rettilineo; e in secondo luogo, perché non so quanto possa essere uniformemente accelerato, laddove il cuore del mio dubbio risiede nella parola ‘uniformemente’.

Ah, se la matematica riuscisse a spiegare i moti intimi di ciascuno di noi… a me non cambierebbe niente.

La matematica può, a mio avviso, spiegare moltissime cose. No, non mi azzardo a dire che possa spiegare “tutto”, perché non ho conoscenze sufficienti che possano avallare la mia ipotesi. Ma so che può spiegare moltissime cose. Il che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Che cos’è “tantissimo”? Come lo quantifichiamo? Non a caso, nella grammatica italiana, questo aggettivo e pronome rientra nella categoria degli indefiniti.

Se esistesse un modo per dare un esatto valore matematico a ogni minima sfumatura dell’umore umano e a ogni evento che possa accaderci in vita, incrociando i dati in un – immagino – complicatissimo giuoco (ma sì, vediamola come un gioco) di funzioni complesse (sempre che il genere umano non si estingua prima di tale giorno)… che cosa succederebbe? Succederebbe che ogni momento, ogni secondo, ogni minuto, ogni giorno, ogni anno… in altre parole, ogni singolo segmento della nostra vita acquisterebbe un valore matematico. Però tale valore matematico, di per sé, varrebbe solo fino a quell’istante di vita. Cioè, non avrebbe un valore utile per la predizione di eventi futuri.

Siamo sicuri? Se fosse davvero possibile attribuire un valore matematico per ogni istante della vita di ognuno di noi così come per quelli di un qualsiasi gruppo di esseri umani aventi un’influenza più o meno diretta su noi medesimi… non sarebbe forse possibile prevedere i movimenti futuri per ciascuno di noi e per gli stessi gruppi? Forse, a questo punto, sarebbe più probabile vincere al Superenalotto giocando un’unica combinazione una sola volta in vita propria.

Già.

Non penso, cari miei, che la superstizione comunemente intesa sia più vicina alla matematica di quanto pensiamo. Ci manca solo che la predizione diventi una nuova branca scientifica, una nuova scienza, sebbene, qualora si verificassero tutte le ipotesi formulate in precedenza, questa teoria non sarebbe nemmeno così improbabile come potrebbe sembrare in un primo momento.

Confesso che non avrei voluto condividere questa riflessione con voi. Questa, e neppure le precedenti. Non so esattamente per quale motivo.

Vi abbraccio forte. Ciao.

019 – Un giorno come un altro

C’è ancora chi crede che l’umanità si salverà? C’è ancora chi crede nella presunta giustezza dell’essere umano? E anche qualora vi fossero uomini giusti, questi sono sempre stati e sempre saranno la più esigua minoranza. La voce grossa la dettano i potenti, i prepotenti, i capitalisti che offrono i mezzi economici affinché altri esseri umani, inizialmente sprovvisti di denaro, possano arricchirsi. E sono sempre questi i problemi principali: la centralizzazione del denaro in mano a pochi privati e la grande illusione che il denaro possa renderci felici nel profondo. Con ciò non intendo dire che il denaro non faccia comodo; ma fa comodo in quest’epoca, in questa parte di mondo e in questo determinato sistema economico chiamato capitalismo. Siamo immersi in una realtà secondo la quale una persona vale per quello che possiede in denaro o in beni suscettibili di essere valutati in denaro. Siamo continuamente bombardati dall’idea secondo cui occorra comprare qualcosa per diventare felici. Guardiamoci attorno: quante delle cose che vediamo sono realmente indispensabili alla nostra vita? Meno del cinque per cento, oserei dire, se non addirittura il 3,5% o massimo il 4%. Ma qui si apre un’altra voragine di pensiero: ammesso che anche il cento per cento dei beni che ci circondano e dei servizi di cui usufruiamo siano indispensabili, quanta parte di tali beni e servizi proviene da un modo di produzione etico, moralmente sostenibile, legalmente accettabile? Indossiamo capi di abbigliamento per la grandissima parte prodotti in Cina, Pakistan, India, in condizioni di sfruttamento massimo. E non è vero che per vestire capi di abbigliamento privi del sangue dello sfruttamento occorra svenarsi. Certo, non possiamo aspettarci un paio di pantaloni a dieci euro, ma non occorre neanche sborsarne cento per vestire etico. Oppure, guardiamo ciò che mangiamo: sono prodotti a chilometro zero? Temo di no per la stragrande maggioranza dei casi. Ma anche qui, ancora una volta, la scelta giusta dipende esclusivamente da noi. Invece di comprare le fragole in inverno, dobbiamo nutrirci di frutta e verdura di stagione. Invece di acquistare biscotti confezionati industrialmente, anche se prodotti in Italia, preferiamo quelli artigianali; magari il panificio sotto casa li vende (sarebbe strano se non fosse così). E così via per tutti, tutti i settori di sussistenza, tra i quali rientra quello energetico, in particolare il consumo di elettricità e di acqua potabile. Ci sono tantissime cose che dobbiamo fare per salvaguardare il pianeta; si tratta di accorgimenti che alla lunga (quindi, contrariamente alla logica del qui e ora) comportano benefici economici anche per le nostre tasche. Puntare tutto sulle fonti di energia rinnovabile, ad esempio. Spegnere la luce di un luogo dal quale ci assenteremo per più di dieci secondi. Chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti. Riutilizzare la carta con cui il panettiere ha avvolto il nostro pane per pulire il grosso dello sporco di pentole e padelle. Raccogliere e utilizzare l’acqua di scarico della lavatrice per fare andare via il risultato dei nostri bisogni anziché sprecare l’acqua dello sciacquone. Recarsi al lavoro a piedi, in bici o al limite con i mezzi pubblici. Ma anche qui la volontà, i progressi e gli sforzi che ciascuno di noi deve moralmente attuare per cambiare in positivo il mondo e sé stessi – perché credetemi, quando si fa del bene si sta bene -, devono trovare un altrettanto forte e deciso supporto nazionale, continentale e mondiale. Non si può chiedere al cittadino comune di usare la bicicletta se tu, capo di un qualsiasi Stato, usi l’aereo di Stato per i tuoi capricci personali. Non si può chiedere al cittadino comune di andare al lavoro a piedi se tu, ministro di uno Stato qualsiasi, vai un giorno sì e l’altro pure in vacanza senza lavorare mai e senza sedere una sola volta al parlamento europeo per negoziare il regolamento di Dublino. Per dire. Ma soprattutto, non si possono e non si potranno mai cambiare realmente le cose, ovvero non si potrà mai salvare veramente il pianeta se gli sforzi non sono comuni, cioè se manca la volontà politica di farlo. Ma qui, chiaramente, ci scontriamo contro un iceberg, altro che contro un muro di gomma; troppi interessi in parte ancora occulti ruotano attorno alle lobby del petrolio, della finanza, delle armi. Troppi soldi per troppe poche persone: una pietanza troppo ghiotta per potervi rinunciare e per abbracciare la causa del bene e del benessere comuni.

 

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Ciao, Pier.

pasolini

018 – Indefinito

È da qualche giorno che desidero scrivere qualcosa; ma che cosa, non saprei. “E allora perché stai scrivendo adesso, se non sai bene neanche tu che cosa riportare?”, vi direte. E io vi dico che avete ragione.

Sono solita pubblicare articoli in cui parlo concretamente di qualcosa: di un fatto d’attualità, di politica, più raramente di religione… Invece, questa volta, non ho niente di concreto di cui parlarvi. “E perché parlare del più e del meno, come stai facendo tu, adesso, in questo preciso istante, non dovrebbe essere qualcosa di concreto?”, vi chiederete. E vi dico ancora una volta che sì, avete ragione. Parlare del nulla cosmico, del nulla più assoluto, può essere anch’esso argomento di un post; anzi, un articolo che non si focalizzi su alcun tema specifico – o “concreto”, come detto poc’anzi – potrebbe risultare addirittura meno banale e scontato rispetto ad altri. Scrivere del nulla: è una virtù, questa, a parer vostro?

Secondo me, sì. Vi dirò di più: sono dell’idea che non si possa scrivere del nulla. Quando si scrive, si scrive necessariamente di qualcosa, fosse anche solo la pura condivisione di sentimenti. E qui si apre un altro capitolo, un’altra porta: è possibile condividere sentimenti veri, reali, profondi, puri con la sola parola – una parola per di più scritta, dunque non letta da una persona terza che possa apportare nuovi elementi all’elaborazione di emozioni – una parola che non sia la propria voce interiore?

Ogniqualvolta leggiamo una qualsiasi cosa, la nostra voce interiore si fa carico della lettura. In realtà non ne sono sicurissima, ma credo che si tratti proprio della nostra voce, sebbene interiorizzata. Talvolta provo a sostituire la mia voce con quella di un’altra persona, una persona da me mai conosciuta nella realtà, ma solo nella mia immaginazione: non funziona che per una ventina di secondi, se va bene. Sì, mentre leggo penso al fatto che io stia leggendo con il mio tono di voce, con il mio timbro, con il mio volume tipici. Questo mi crea problemi, perché così facendo non riesco a concentrarmi sulla comprensione dei contenuti che vado via via leggendo. Il risultato è che devo sempre rileggere da capo uno stesso pezzo di testo, anche tre, quattro, cinque volte. Potete immaginare che questo mi crei problemi nello studio.

Volevo condividere con voi un’altra riflessione a proposito dell’argomento “scrivere del nulla”. Credo che scrivere – in generale, non importa che cosa – risponda sempre a una esigenza naturale di espressione. Pertanto, anche quando si scrivesse teoricamente del nulla, noi caricheremmo o contrassegneremmo ugualmente le nostre parole con le nostre tonalità più tipiche, ovvero noi veicoleremmo ugualmente dei sentimenti al pubblico, indipendentemente dall’argomento trattato, che sia il nulla cosmico o il tutto universale. Non c’è testo che non veicoli un sentimento, un’emozione. Mai. Tanto nello scritto quanto nel parlato e nelle loro varietà intermedie.

Avevo iniziato a scrivere questo post quando ero ancora pervasa da un sentimento assimilabile alla rabbia, alla frustrazione, alla tristezza e anche alla rassegnazione. Qualcosa – non so che cosa di preciso – mi ha spinto a scrivere questo post come reazione al mio stato d’animo. Come risultato delle tendenze negative caratterizzanti i miei moti interiori, sembravo essere diventata apatica. È forse cambiata la situazione, adesso?

Non molto. Sto meglio, sì, ma potrei stare meglio. Bel gioco di parole. A proposito, potrei scrivere un giorno dei giochi linguistici con cui ero solita giocare anni fa. Vedremo. Per il momento, vi ringrazio dell’attenzione dedicatami. A presto.

017 – Ancora sul capitalismo

Sono giunta da qualche tempo alla seguente conclusione: non c’è pace senza lotta. Democraticamente non si raggiunge alcun traguardo di pace, al limite solo compromessi che, come sempre, vanno contro gli interessi delle masse. Tuttavia, la lotta medesima contro il potere di qualsiasi tipo ha un valore nullo se manca di coesione, di cooperazione. Saremo sempre impotenti se noi, massa, non ci coalizzeremo per abbattere il nemico comune: il capitalismo e le sue forme, tra le quali contiamo la produzione e la vendita di armi contro nemici immaginari. La radice è il capitalismo, che va estirpata come si estirpa una pianta infestante.

Il capitalista non ha amici che non siano altri capitalisti (e anche qui, con cautela), ma solo nemici. Il capitalismo, di per sé, è la negazione dei valori sui quali si fondano le comunità umane: la cooperazione, la socializzazione, la solidarietà, il mutuo aiuto, il donare incondizionatamente. Tali virtù cozzano prepotentemente contro i “valori” del capitalismo, che fonda le sue basi sull’avarizia, sull’individualismo, sull’aridità di cuore. Tutto questo porta inevitabilmente all’accumulo indefinito di capitale nelle mani di pochissimi a scapito delle masse. Ho letto che otto uomini possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone nel mondo. Vi pare giusto? In tutta onestà: che cosa c’è di giusto in questo? Per quanto un individuo possa lavorare duro, per quanto possa sudare, per quanta responsabilità si celi dietro il suo lavoro, niente giustifica un dislivello così elevato. Assolutamente niente. Invece gli operai, i metalmeccanici, i fonditori, i manovratori di macchine, ecc., per la società capitalistica valgono pressoché zero. Perché? Perché sono milioni, e per il capitalista se ne muore qualcuno non è certo una tragedia. Questi operai assomigliano alle numerosissime api operaie solo per la loro caratteristica di essere sempre al servizio del proprio superiore: del datore di lavoro nel caso degli operai, dell’ape regina nel caso delle api operaie, per la quale esse possono sacrificare la propria vita. Ma vi è una differenza fondamentale tra gli operai umani e le api operaie: mentre i primi lavorano rispettando obbligatoriamente le condizioni stabilite dal capitalista (il quale può decidere di abbassare lo stipendio, di licenziare i propri lavoratori con sempre maggiore facilità, di interferire sulle concrete modalità di esercizio dei diritti sindacali, di compiere atti persecutori nei confronti dei propri dipendenti salvo poi ricattarli, ecc.), le api operaie affrontano la propria attività secondo natura. Esse non si ribellano all’ape regina loro madre, perché la stessa ape regina non agisce tirannicamente nei loro confronti. È la natura che detta loro le regole, non il denaro.

Da quando avete iniziato a leggere il presente articolo, è stata disboscata un’area di foresta pluviale amazzonica pari a venti campi di calcio. Il motivo principale di questo scempio è fare spazio agli allevamenti di bestiame, la cui carne va a finire nelle catene di fast food. È una vecchia storia, un fenomeno noto col nome di ‘hamburger connection’. Tra i principali complici di questo dramma ambientale si annoverano McDonald’s, Burger King e le grandi multinazionali alimentari Bunge e Cargill, che acquistano i raccolti delle monocolture intensive rese possibili dall’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri. I soli Stati Uniti importano il 33% di tutta la carne di manzo del mercato mondiale per il consumo di fast food. Se siete consumatori di questo tipo di cibo spazzatura, a voi va tutto il mio disprezzo, il quale aumenta proporzionalmente all’aumentare del vostro consumo di fast food.

Dunque le cose stanno così. Ci dicono che il nemico comune è il terrorismo, quando invece esso si nasconde nella nostra “civilissima” civiltà occidentale. I suoi luoghi più rappresentativi sono le fabbriche di armi, i pozzi petroliferi, i conti off-shore, i palazzi e i salotti del potere, di ogni potere, ma non solo. Il capitalismo si annida in ogni luogo di interazione tra due o più individui di cui almeno uno abbia una posizione di rilievo, gerarchicamente dominante sulle altre. Le decisioni che fanno comodo a un pugno di uomini vengono prese senza tener conto delle ripercussioni che esse provocano sulle popolazioni civili. Spostare un confine, annettere un territorio a una determinata nazione, “conquistare” nuovi territori per dimostrare di essere potenti come risposta alla propria impotenza sessuale, apporre il marchio trionfale dell’impero sulle province o sulle colonie neo-acquisite: queste e altre azioni aberranti sono il riflesso della stupidità umana. Tutto il male di cui un essere umano è capace, presto o tardi si ritorce contro lui medesimo, contro tutti i civili che non hanno preso parte alle campagne di conquista (e di cui, al contrario, sono vittime) e contro tutti gli esseri viventi in generale. Ma tutti gli esseri viventi, vegetali e animali, costituiscono la base del sostentamento e del benessere umani: se tale base verrà distrutta dall’uomo, l’uomo stesso si autodistruggerà. Che è quanto sta accadendo. Stupido chi non lo vede.

 

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016 – Riflessioni incipitarie

Sono convinta che, di questo passo, non cambierà mai niente. Meglio, non cambieremo mai niente; le ingiustizie avverranno sempre e sempre esisteranno gli sfruttati e gli sfruttatori.

Sappiate che la situazione è estremamente grave. So che un mondo migliore, meravigliosamente migliore è possibile. Forse quanto più è sporco e gravido di nefandezze questo mondo reale, tanto più facilmente mi riesce immaginarne uno perfetto. Però, date queste premesse, la sua realizzazione sembra impossibile.

Ma non è così. C’è ancora una via d’uscita. A dire il vero, ce ne sono diverse. Dobbiamo muoverci in qualche modo, dobbiamo muoverci in una direzione che reputiamo essere giusta. La gente di senno, coscienziosa, consapevole, non prenderebbe mai una via opposta a quella volta alla realizzazione di un mondo giusto; tra l’altro, non sono rimaste molte vie d’uscita peggiori di quelle intraprese dal nostro governo, da Israele o dagli Stati Uniti d’America.

Qualcuno diceva che riconoscere la causa dei propri mali sarebbe già stato un ottimo punto di partenza verso la risoluzione degli stessi. Reputo questa frase vera. Ma ciò non toglie che un punto fondamentale verso la costruzione di un mondo migliore sia progettare il nuovo percorso di vita, atto questo forse ancora più importante – in valore assoluto – del riconoscimento delle cause dei mali, propri e altrui.

E cominciamo, dunque. Cominciamo a enumerare i mali del capitalismo. Sapete bene che la lista è lunga; a mio avviso, enumerare tutte le scelleratezze, gli abomini e i crimini del capitalismo in un unico post di blog motivando la loro mostruosità, come desidero fare, risulterebbe un’operazione fin troppo elaborata e farraginosa e, di conseguenza, potrebbe impedire una lettura scorrevole del testo.

E allora, come faccio? Partirò da un esempio concreto per poi eventualmente legare il ragionamento ad altre liane, ciascuna delle quali rappresenta un male del capitalismo.

Gli immigrati. Partirò parlando delle tragedie che portano nel proprio cuore i superstiti delle traversate della speranza. La causa delle loro morti e, prima ancora, delle loro partenze dai lager libici e, prima ancora, dai loro territori originari ricade tutta sulle spalle dell’Occidente. Del “civilissimo” Occidente. Di quell’Occidente che prima deruba i popoli del loro suolo, delle loro risorse minerarie e agroalimentari depauperandone i territori e che poi si rifiuta di accoglierli. Non basteranno milioni di scuse verso i migranti a cancellare la nostra repellente impronta di matrice neocolonialista. Sì, neocolonialista. Non voler capire o rifiutarsi di capire che il problema delle migrazioni di massa è causato dallo stile di vita occidentale, dalle nostre finte esigenze, dai nostri sprechi enormi nella vita di ogni giorno, significa rendersi complici di questo massacro quotidiano per il quale no, non voglio restare a guardare immobile.

L’Occidente posa le proprie fondamenta sull’oppressione. Non ne vado fiera, affatto. Se l’Impero romano era diventato così grande, questo era successo perché le legioni romane sconfiggevano militarmente, dunque con grande spargimento di sangue e col sacrificio di innumerevoli innocenti, le popolazioni che andavano via via incontrando lungo il proprio percorso di espansione. E poco importa che gli antichi romani scegliessero di accogliere quanto più possibile le religioni e le culture dei popoli che sottomettevano di volta in volta: la sete di potere aveva mostrato il suo volto, già allora, anche prima di allora e fino ad oggi.

Non ci sarà mai pace sulla Terra finché qualcuno desidererà avere più di quanto non abbia un altro. Forse, non ci sarà mai pace sulla Terra finché su di essa regnerà il genere umano. Ma di questo parlerò in un altro articolo.

 

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015 – Il popolo per il popolo

La storia si ripete. E noi non lo vediamo. Non vediamo il ritorno del Fascismo, sia che lo si consideri in qualità di ideologia malcelatamente mascherata dai partiti di Destra e dai partiti di ispirazione neoliberista, sia che lo si consideri come insieme di atteggiamenti in contrasto con i concetti di democrazia, di libertà e di morale. Per quanto riguarda il primo aspetto, considero Fratelli d’Italia, Forza Italia, Forza Nuova, Lega, CasaPound, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico essere malauguratamente gli esponenti più rappresentativi di questa ondata fascista di ritorno. Per quanto concerne il secondo aspetto, basti pensare al clima di odio ingiustificato che si respira contro gli immigrati, le persone LGBTQIA, i non credenti, le donne che scelgono di abortire, gli imprenditori che lottano contro il racket, il pizzo, il caporalato; in generale, basti pensare all’odio che gli “italiani brava gente” covano contro i più deboli, contro gli emarginati, contro coloro che non hanno mai avuto voce in capitolo e, in generale, contro chi non si conforma alla tipologia di italiano medio che si va inesorabilmente formando in questi anni di cambiamento, complice il ruolo manipolatore e distruttivo dei canali di “informazione” che trovano posto nei mezzi di comunicazione di massa.

Se chiedessimo a un individuo qualsiasi che odia gli immigrati il perché della sua avversione contro questa categoria di persone, ci renderemmo ben presto conto della fatuità, della frivolezza, dell’inconsistenza delle sue argomentazioni perché basantisi sul sentito dire e non su fatti reali o su dati statistici certi, concreti, giacché questi ultimi smonterebbero ad una ad una le sue vanesie convinzioni. La stessa cosa dicasi per tutti coloro i quali odiano gli omosessuali, il femminismo, la parte sana della magistratura, della politica, della gente, vale a dire chi non si conforma e non vuole conformarsi alla piega che sta prendendo il nostro Paese a causa degli atti di violenza intellettuale e fisica dilaganti scaturiti da ignoranza, da incapacità all’ascolto, da incomprensione delle ragioni altrui, da chiusura mentale, da stereotipi di ogni tipo. La violenza genera violenza, così come l’ignoranza genera ignoranza e così via per tutti i processi mentali negativi, in un rovinoso giuoco di circoli viziosi.

Appare chiaro che l’Italia necessiti di una riforma dal basso, non proveniente dai salotti né da Palazzo Montecitorio. Perché il potere aiuta il potere, non il popolo. È sempre stato così. L’Italia necessita di un movimento dal basso che inneschi un gioco di circoli virtuosi. Se i diritti basilari del popolo non sono considerati dai piani alti della politica, sarà il popolo a dettare la sua legge. Il popolo per il popolo. Vanno condotte iniziative popolari di istruzione, di educazione, di acculturazione dal popolo per il popolo, cioè da parte di chi possiede le capacità per aiutare il prossimo in ciò che il prossimo non sa. Perché il sapere è potere. Le iniziative popolari devono riguardare ogni ambito del vivere civile. Ogni città potrà contare su casse comuni, su gruppi di acquisto popolare e solidale, su biblioteche libere e pubbliche, su orti dal lavoro e dai frutti comuni, su teatri, atelier e fucine di cultura sempre attivi, su artisti, musicisti, insegnanti, giardinieri, ecc. che siano guidati dall’unico e intramontabile spirito di mutuo aiuto, di solidarietà, di partecipazione al fine di raggiungere il benessere comune. In altre parole, il Comunismo.

 

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