019 – Un giorno come un altro

C’è ancora chi crede che l’umanità si salverà? C’è ancora chi crede nella presunta giustezza dell’essere umano? E anche qualora vi fossero uomini giusti, questi sono sempre stati e sempre saranno la più esigua minoranza. La voce grossa la dettano i potenti, i prepotenti, i capitalisti che offrono i mezzi economici affinché altri esseri umani, inizialmente sprovvisti di denaro, possano arricchirsi. E sono sempre questi i problemi principali: la centralizzazione del denaro in mano a pochi privati e la grande illusione che il denaro possa renderci felici nel profondo. Con ciò non intendo dire che il denaro non faccia comodo; ma fa comodo in quest’epoca, in questa parte di mondo e in questo determinato sistema economico chiamato capitalismo. Siamo immersi in una realtà secondo la quale una persona vale per quello che possiede in denaro o in beni suscettibili di essere valutati in denaro. Siamo continuamente bombardati dall’idea secondo cui occorra comprare qualcosa per diventare felici. Guardiamoci attorno: quante delle cose che vediamo sono realmente indispensabili alla nostra vita? Meno del cinque per cento, oserei dire, se non addirittura il 3,5% o massimo il 4%. Ma qui si apre un’altra voragine di pensiero: ammesso che anche il cento per cento dei beni che ci circondano e dei servizi di cui usufruiamo siano indispensabili, quanta parte di tali beni e servizi proviene da un modo di produzione etico, moralmente sostenibile, legalmente accettabile? Indossiamo capi di abbigliamento per la grandissima parte prodotti in Cina, Pakistan, India, in condizioni di sfruttamento massimo. E non è vero che per vestire capi di abbigliamento privi del sangue dello sfruttamento occorra svenarsi. Certo, non possiamo aspettarci un paio di pantaloni a dieci euro, ma non occorre neanche sborsarne cento per vestire etico. Oppure, guardiamo ciò che mangiamo: sono prodotti a chilometro zero? Temo di no per la stragrande maggioranza dei casi. Ma anche qui, ancora una volta, la scelta giusta dipende esclusivamente da noi. Invece di comprare le fragole in inverno, dobbiamo nutrirci di frutta e verdura di stagione. Invece di acquistare biscotti confezionati industrialmente, anche se prodotti in Italia, preferiamo quelli artigianali; magari il panificio sotto casa li vende (sarebbe strano se non fosse così). E così via per tutti, tutti i settori di sussistenza, tra i quali rientra quello energetico, in particolare il consumo di elettricità e di acqua potabile. Ci sono tantissime cose che dobbiamo fare per salvaguardare il pianeta; si tratta di accorgimenti che alla lunga (quindi, contrariamente alla logica del qui e ora) comportano benefici economici anche per le nostre tasche. Puntare tutto sulle fonti di energia rinnovabile, ad esempio. Spegnere la luce di un luogo dal quale ci assenteremo per più di dieci secondi. Chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti. Riutilizzare la carta con cui il panettiere ha avvolto il nostro pane per pulire il grosso dello sporco di pentole e padelle. Raccogliere e utilizzare l’acqua di scarico della lavatrice per fare andare via il risultato dei nostri bisogni anziché sprecare l’acqua dello sciacquone. Recarsi al lavoro a piedi, in bici o al limite con i mezzi pubblici. Ma anche qui la volontà, i progressi e gli sforzi che ciascuno di noi deve moralmente attuare per cambiare in positivo il mondo e sé stessi – perché credetemi, quando si fa del bene si sta bene -, devono trovare un altrettanto forte e deciso supporto nazionale, continentale e mondiale. Non si può chiedere al cittadino comune di usare la bicicletta se tu, capo di un qualsiasi Stato, usi l’aereo di Stato per i tuoi capricci personali. Non si può chiedere al cittadino comune di andare al lavoro a piedi se tu, ministro di uno Stato qualsiasi, vai un giorno sì e l’altro pure in vacanza senza lavorare mai e senza sedere una sola volta al parlamento europeo per negoziare il regolamento di Dublino. Per dire. Ma soprattutto, non si possono e non si potranno mai cambiare realmente le cose, ovvero non si potrà mai salvare veramente il pianeta se gli sforzi non sono comuni, cioè se manca la volontà politica di farlo. Ma qui, chiaramente, ci scontriamo contro un iceberg, altro che contro un muro di gomma; troppi interessi in parte ancora occulti ruotano attorno alle lobby del petrolio, della finanza, delle armi. Troppi soldi per troppe poche persone: una pietanza troppo ghiotta per potervi rinunciare e per abbracciare la causa del bene e del benessere comuni.

 

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Ciao, Pier.

pasolini

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