018 – Indefinito

È da qualche giorno che desidero scrivere qualcosa; ma che cosa, non saprei. “E allora perché stai scrivendo adesso, se non sai bene neanche tu che cosa riportare?”, vi direte. E io vi dico che avete ragione.

Sono solita pubblicare articoli in cui parlo concretamente di qualcosa: di un fatto d’attualità, di politica, più raramente di religione… Invece, questa volta, non ho niente di concreto di cui parlarvi. “E perché parlare del più e del meno, come stai facendo tu, adesso, in questo preciso istante, non dovrebbe essere qualcosa di concreto?”, vi chiederete. E vi dico ancora una volta che sì, avete ragione. Parlare del nulla cosmico, del nulla più assoluto, può essere anch’esso argomento di un post; anzi, un articolo che non si focalizzi su alcun tema specifico – o “concreto”, come detto poc’anzi – potrebbe risultare addirittura meno banale e scontato rispetto ad altri. Scrivere del nulla: è una virtù, questa, a parer vostro?

Secondo me, sì. Vi dirò di più: sono dell’idea che non si possa scrivere del nulla. Quando si scrive, si scrive necessariamente di qualcosa, fosse anche solo la pura condivisione di sentimenti. E qui si apre un altro capitolo, un’altra porta: è possibile condividere sentimenti veri, reali, profondi, puri con la sola parola – una parola per di più scritta, dunque non letta da una persona terza che possa apportare nuovi elementi all’elaborazione di emozioni – una parola che non sia la propria voce interiore?

Ogniqualvolta leggiamo una qualsiasi cosa, la nostra voce interiore si fa carico della lettura. In realtà non ne sono sicurissima, ma credo che si tratti proprio della nostra voce, sebbene interiorizzata. Talvolta provo a sostituire la mia voce con quella di un’altra persona, una persona da me mai conosciuta nella realtà, ma solo nella mia immaginazione: non funziona che per una ventina di secondi, se va bene. Sì, mentre leggo penso al fatto che io stia leggendo con il mio tono di voce, con il mio timbro, con il mio volume tipici. Questo mi crea problemi, perché così facendo non riesco a concentrarmi sulla comprensione dei contenuti che vado via via leggendo. Il risultato è che devo sempre rileggere da capo uno stesso pezzo di testo, anche tre, quattro, cinque volte. Potete immaginare che questo mi crei problemi nello studio.

Volevo condividere con voi un’altra riflessione a proposito dell’argomento “scrivere del nulla”. Credo che scrivere – in generale, non importa che cosa – risponda sempre a una esigenza naturale di espressione. Pertanto, anche quando si scrivesse teoricamente del nulla, noi caricheremmo o contrassegneremmo ugualmente le nostre parole con le nostre tonalità più tipiche, ovvero noi veicoleremmo ugualmente dei sentimenti al pubblico, indipendentemente dall’argomento trattato, che sia il nulla cosmico o il tutto universale. Non c’è testo che non veicoli un sentimento, un’emozione. Mai. Tanto nello scritto quanto nel parlato e nelle loro varietà intermedie.

Avevo iniziato a scrivere questo post quando ero ancora pervasa da un sentimento assimilabile alla rabbia, alla frustrazione, alla tristezza e anche alla rassegnazione. Qualcosa – non so che cosa di preciso – mi ha spinto a scrivere questo post come reazione al mio stato d’animo. Come risultato delle tendenze negative caratterizzanti i miei moti interiori, sembravo essere diventata apatica. È forse cambiata la situazione, adesso?

Non molto. Sto meglio, sì, ma potrei stare meglio. Bel gioco di parole. A proposito, potrei scrivere un giorno dei giochi linguistici con cui ero solita giocare anni fa. Vedremo. Per il momento, vi ringrazio dell’attenzione dedicatami. A presto.

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