003 – Multinazionali: fucine dirette e indirette di morte

Sono una outsider. Per certi aspetti. Non mi conformo, non voglio conformarmi… eppure sento che, nonostante queste parole e nonostante alcune piccole vittorie quotidiane, nuoto insieme alla massa. Sono massa. È grave dire questo. Dire di essere massa, o di essere conforme alla massa (sebbene siano due concetti differenti) mi rende complice, complice dei crimini perpetrati indirettamente dalle multinazionali del petrolio o dalle lobby delle armi.

Capite bene: non possiedo in prima persona un barile di petrolio in casa, né un’arma made in U.S.A. Sono bensì le azioni quotidiane, tutte, a rinfocolare le fucine della morte dette ‘multinazionali’. Teoricamente, una multinazionale può non essere dannosa né per l’ambiente, né per i dipendenti, né per i consumatori. Nella realtà dei fatti, posso affermare con un tasso di sicurezza del 95% che tutte le multinazionali del mondo sono dannose per l’ambiente, per i dipendenti, per i consumatori.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per l’ambiente, intendo dire che tutto il processo produttivo (dalla ricerca delle materie prime alla vendita sul mercato) di un determinato bene, avviene a scapito dell’ambiente. Per ricercare le materie prime si deve prima raggiungere con qualsiasi mezzo il luogo in cui queste si trovano, sebbene i centri di lavorazione delle materie prime tendano a essere collocati il più vicino possibile ai bacini da cui esse provengono. In secondo luogo, la lavorazione delle materie prime presuppone l’utilizzo di energia elettrica, gran parte della quale proviene ancora da fonti di energia esauribili. Allo stesso tempo, il processo di lavorazione delle materie prime genera un aumento della quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera. Quando aumentano le emissioni e le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, aumenta anche la temperatura media globale. Questo provoca una destabilizzazione del clima (i cosiddetti “cambiamenti climatici”) che ogni anno causa la nemmeno tanto graduale estinzione di un numero grandissimo di specie animali e vegetali. Non appena si estingue anche un solo essere vivente, ne risente tutta la catena alimentare, determinando l’estinzione graduale di tutte le specie viventi non ancora estinte. Da questo e da altri punti di vista, l’esistenza del genere umano sulla Terra ha i giorni contati.

Dicendo che una multinazionale sia dannosa per i dipendenti, intendo dire che i salari di questi ultimi non sono adeguati affinché essi vivano una vita dignitosa. Ci sono tanti esempi di succursali di multinazionali che hanno preferito spostare il centro di produzione dei loro beni in Paesi i cui abitanti si accontentano delle già misere paghe, pur di portare a casa un pezzo di pane. È la disperazione a portare questi esseri umani, come te, come me, ad accettare di lavorare anche per sedici ore al giorno per produrre palloni da calcio, articoli di bigiotteria, abiti di alta moda, giocattoli, ecc., per guadagnare cosa? L’equivalente di meno di un euro al giorno. Più di un miliardo di persone vive con meno di un euro al giorno, sebbene non tutti questi individui lavorino alle dipendenze di una multinazionale. Quindi, comprare un bene di consumo che sia prodotto da una multinazionale qualsiasi (perché, come dicevo prima, sono quasi certa che non esistano sul nostro pianeta multinazionali ‘buone’ o ‘pulite’), fomenterebbe il guadagno delle già ricche multinazionali sfruttatrici di esseri umani e di risorse naturali. Qui il problema è primariamente di natura etica e solo secondariamente di natura economica, sebbene il complesso della società nella quale viviamo ci abbia inculcato che i soldi vengono prima di tutto.

Infine, dicendo che una multinazionale sia dannosa per i consumatori, intendo dire che questi ultimi devono sentire il peso sulla loro sporca coscienza dei milioni di morti di fame, di sete, di malattie da noi perfettamente curabili, di malformazioni dei feti, degli abusi perpetrati da chi è più forte. Il più forte, in questo caso, è chi ha più soldi. Soldi usati come mezzo di ricatto, di oppressione e di morte.

Con queste mie parole intendo fare un appello a tutti coloro i quali abbiano un po’ di sale in zucca, oltre che la pazienza di leggere fin qui: non comprate prodotti “di marca”. I cosiddetti “prodotti di marca” non sono altro che beni di consumo prodotti da multinazionali o da aziende comunque affiliate – quanto meno economicamente – a una multinazionale. Non comprate nessun prodotto “di marca”. Tassativamente. Troverete sul mercato tantissimi prodotti che rappresentano valide alternative a ciò che avreste voluto avere in precedenza. Comprate saponi artigianali, miele da apicoltori della vostra zona, vestiti fatti a mano dai sarti locali. Usate le vostre gambe per spostarvi, altrimenti la bicicletta, altrimenti dei mezzi pubblici di trasporto che funzionino con fonti di energia rinnovabile. Riciclate fin dove potete, riusate fin quando potete; sprecate il meno possibile, pensate al mondo più che a voi stessi. Non potete nemmeno immaginare cosa ci sia lì, in quella parte del pianeta conosciuta come il “Sud del mondo”. Usate la testa.

kelaparan-di-somalia

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2 risposte a "003 – Multinazionali: fucine dirette e indirette di morte"

  1. Quello che hai scritto è tutto molto giusto. Il problema è che purtroppo ormai quasi ogni cosa in commercio è prodotta da una multinazionale (ma in realtà, dannose possono esserlo anche piccole aziende). Mentre i prodotti artigianali o quelli di aziende che tentano di rispettare i lavoratori e l’ambiente non sono affatto competitivi, sono prodotti di nicchia con prezzi di vendita inaccessibili alla massa. Purtroppo l’essere consumatori davvero responsabili è un privilegio per quei pochi che possono permetterselo.

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    1. Le piccole aziende possono essere dannose, ma non quanto le multinazionali, quanto meno dal punto di vista ambientale ed etico. Le multinazionali sono così chiamate perché le loro attività sono dislocate in almeno due Paesi; il termine “attività” comprende tanto la sede legale dell’azienda, quanto la sede o le sedi in cui avviene effettivamente la produzione del bene di consumo.

      Quanto più una multinazionale è influente sul mercato, tanto più i suoi profitti sono grandi. Quanto più una multinazionale è influente sul mercato, tanto maggiori saranno le conseguenze negative ai danni dell’ambiente e dei dipendenti. Di esempi ce ne sarebbero – purtroppo – centinaia, forse di più. Si prenda ad esempio la Adidas, partner ufficiale dei giochi olimpici di Londra 2012. Ebbene, l’azienda tedesca possiede delle fabbriche in appalto in Indonesia (immagini perché) per produrre (immagini come) scarpe e abbigliamento sportivo. Kathy Marks, corrispondente dal Sud-Est asiatico del quotidiano britannico The Independent, ha trovato “una serie di fabbriche dove mancano i basilari diritti: i lavoratori sono sfruttati, lavorano fino a 65 ore la settimana per paghe da miseria, subiscono abusi verbali e fisici, sono costretti a fare straordinari anche non pagati e vengono puniti se non raggiungono gli obiettivi di produzione” (1). L’azienda tedesca – come fanno del resto anche Apple, Nike e tante, tantissime altre – sfrutta dunque manodopera a basso costo in Paesi in via di sviluppo. Non so fino a che punto un’azienda media o piccola possa permettersi un atteggiamento che rispecchia una tale infimità morale, proprio in virtù della sua minore disponibilità economica.

      Se ci pensiamo bene, sembra un po’ (o forse lo è veramente) di vivere nel mondo dei contrari, ovvero nel mondo in cui le cose vanno nel verso perfettamente opposto di come dovrebbero andare: chi ha più soldi va dove è possibile sfruttare gente (sovente bambini) a cui vanno salari da fame. Il grande sfrutta i piccoli per arricchirsi sempre di più. E il capitalismo è servito.

      Per quanto concerne i prodotti artigianali dai costi non sempre accessibili, Le do ragione. Tuttavia, Lei deve pensare che i prezzi di questi prodotti risultano alti non per un capriccio dei produttori, ma perché questi prodotti sono sovente etici, cioè provengono da quelle piccole e medie imprese in cui non vige lo sfruttamento tipicamente perseguito dalle grandi multinazionali. Queste aziende hanno sì un budget minore, ma con il prezzo di vendita dei loro prodotti devono poter coprire la retribuzione – sicuramente non da fame – dei dipendenti, le materie prime di qualità, le tasse da versare allo Stato italiano, oltre che le spese per il funzionamento degli impianti, ecc. Ebbene, lo Stato può e deve agevolare gli imprenditori delle piccole e medie imprese, ma non lo fa. Inoltre, le piccole imprese industriali di molte aree del Centro e del Nord beneficiano di servizi offerti da amministrazioni locali efficienti e da associazioni categoriali che nel Sud del Paese sono molto meno incisive, se non assenti. In altre parole, nel panorama italiano non è presente alcuno di quegli strumenti di monitoraggio dell’azione imprenditoriale, di coordinamento, di assicurazione reciproca che si ritrovano in altri paesi europei (2).

      FONTI

      (1) Pisapia, Luca, “Londra 2012: un reportage dell’Independent inchioda Adidas e le ‘Olimpiadi etiche'”, Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2012, articolo online.

      (2) Barca, Fabrizio, “Il capitalismo italiano: storia di un compromesso senza riforme”, Roma, Donzelli, 1999.

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