001 – Essere atei, riflessioni linguistiche

Gentili lettori, gentili lettrici,

…perché non ho messo prima la forma al femminile piuttosto che quella al maschile, giacché le donne sono già duramente penalizzate da questa società? Perché mi suonava meglio così. Forse è stata la forza dell’abitudine nel sentire o leggere sempre i medesimi incipit a spingermi a scrivere così.

Sono di nuovo qui. Di nuovo, perché in passato ci sono già stata. Sono la reincarnazione di me stessa. È troppo blasfemo dire così? Ma lasciateci in pace, per cortesia. Forse questo non è il posto migliore per i credenti in una qualsiasi fede. Ma l’ateismo è una fede? A parer mio non lo è, e vi spiegherò a breve il perché. Sebbene il termine “fede” sia intriso di referenti appartenenti al mondo del cattolicesimo, non è per questo motivo che l’ateismo non può costituire una fede. Per me è un ossimoro dire: “sono di fede atea”. Se andate sul vocabolario online della Treccani, infatti, noterete che i primi due significati del termine ‘fede’:

1.a. Credenza piena e fiduciosa che procede da intima convinzione o che si fonda sull’autorità altrui più che su prove positive;
1.b. Il complesso delle proprie credenze, dei principî fermamente seguiti,

con i relativi esempi, escludono l’esistenza di una fede atea. Una fede, cioè, nell’inesistenza di una qualsiasi divinità. Se siete convinti che possa reggere l’affermazione “essere di fede atea”, provate a sostituire il termine ‘fede’ con un sinonimo che possa stare al suo posto. Si potrebbe così dire, o scrivere: “essere fiduciosi [nell’essere atei]”, oppure “credere [nell’ateismo]”. Ma credere è un atto di fede. Si crede in qualcosa di cui non si ha piena certezza, altrimenti si sa. E gli atei sono convinti che un dio non esista. Sanno che un dio non esiste. Ne sono sicuri. Se non ne fossero sicuri, non sarebbero atei.

Desidero analizzare solamente la situazione, le conseguenze sul piano linguistico di una tale affermazione. Dunque: dire che a) “gli atei credono che un dio non esista” è diverso dal dire che b) “gli atei sanno che un dio non esiste”? La mia risposta è: (e lo si può notare anche solo graficamente dall’uso dei differenti modi verbali in ambo le frasi). In a), gli atei credono (= non sono del tutto convinti) che non esista alcun dio; in b) gli atei sanno (= sono certi) che non esiste alcuna divinità.

Un ateo, in generale, chiunque esso sia, per definizione non crede. Un ateo, almeno formalmente, non può credere di non credere, ma sa di non credere. La parola “ateo”, come qualsiasi altra parola, è come una sfera nella quale sono distinguibili due parti: uno strato esterno e un nucleo interno. Esternamente un ateo ci dice che è convinto dell’inesistenza di una qualunque divinità. Ma se sia giunto a questa convinzione perché sa per certo (avendo quindi le prove) che una divinità non c’è, oppure perché crede (ed è insicuro) che una divinità non esista, sono particolari che non emergono dalla patina esteriore della parola… ma queste sono questioni che esulano dal cuore della mia riflessione attuale, e non voglio che la inficino.

In definitiva, lo ripeto: per me è un ossimoro dire: “sono di fede atea”, perché ‘essere di una certa fede’ indica che si è arrivati a quella determinata convinzione con un salto nel buio, cioè senza vagliare l’intera catena di cause e di effetti che hanno portato, dall’inizio alla fine, a quella determinata convinzione (in questo caso, all’essere atei). Un ateo, allora, non crede che non esista un dio: lo sa.

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