019 – Un giorno come un altro

C’è ancora chi crede che l’umanità si salverà? C’è ancora chi crede nella presunta giustezza dell’essere umano? E anche qualora vi fossero uomini giusti, questi sono sempre stati e sempre saranno la più esigua minoranza. La voce grossa la dettano i potenti, i prepotenti, i capitalisti che offrono i mezzi economici affinché altri esseri umani, inizialmente sprovvisti di denaro, possano arricchirsi. E sono sempre questi i problemi principali: la centralizzazione del denaro in mano a pochi privati e la grande illusione che il denaro possa renderci felici nel profondo. Con ciò non intendo dire che il denaro non faccia comodo; ma fa comodo in quest’epoca, in questa parte di mondo e in questo determinato sistema economico chiamato capitalismo. Siamo immersi in una realtà secondo la quale una persona vale per quello che possiede in denaro o in beni suscettibili di essere valutati in denaro. Siamo continuamente bombardati dall’idea secondo cui occorra comprare qualcosa per diventare felici. Guardiamoci attorno: quante delle cose che vediamo sono realmente indispensabili alla nostra vita? Meno del cinque per cento, oserei dire, se non addirittura il 3,5% o massimo il 4%. Ma qui si apre un’altra voragine di pensiero: ammesso che anche il cento per cento dei beni che ci circondano e dei servizi di cui usufruiamo siano indispensabili, quanta parte di tali beni e servizi proviene da un modo di produzione etico, moralmente sostenibile, legalmente accettabile? Indossiamo capi di abbigliamento per la grandissima parte prodotti in Cina, Pakistan, India, in condizioni di sfruttamento massimo. E non è vero che per vestire capi di abbigliamento privi del sangue dello sfruttamento occorra svenarsi. Certo, non possiamo aspettarci un paio di pantaloni a dieci euro, ma non occorre neanche sborsarne cento per vestire etico. Oppure, guardiamo ciò che mangiamo: sono prodotti a chilometro zero? Temo di no per la stragrande maggioranza dei casi. Ma anche qui, ancora una volta, la scelta giusta dipende esclusivamente da noi. Invece di comprare le fragole in inverno, dobbiamo nutrirci di frutta e verdura di stagione. Invece di acquistare biscotti confezionati industrialmente, anche se prodotti in Italia, preferiamo quelli artigianali; magari il panificio sotto casa li vende (sarebbe strano se non fosse così). E così via per tutti, tutti i settori di sussistenza, tra i quali rientra quello energetico, in particolare il consumo di elettricità e di acqua potabile. Ci sono tantissime cose che dobbiamo fare per salvaguardare il pianeta; si tratta di accorgimenti che alla lunga (quindi, contrariamente alla logica del qui e ora) comportano benefici economici anche per le nostre tasche. Puntare tutto sulle fonti di energia rinnovabile, ad esempio. Spegnere la luce di un luogo dal quale ci assenteremo per più di dieci secondi. Chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti. Riutilizzare la carta con cui il panettiere ha avvolto il nostro pane per pulire il grosso dello sporco di pentole e padelle. Raccogliere e utilizzare l’acqua di scarico della lavatrice per fare andare via il risultato dei nostri bisogni anziché sprecare l’acqua dello sciacquone. Recarsi al lavoro a piedi, in bici o al limite con i mezzi pubblici. Ma anche qui la volontà, i progressi e gli sforzi che ciascuno di noi deve moralmente attuare per cambiare in positivo il mondo e sé stessi – perché credetemi, quando si fa del bene si sta bene -, devono trovare un altrettanto forte e deciso supporto nazionale, continentale e mondiale. Non si può chiedere al cittadino comune di usare la bicicletta se tu, capo di un qualsiasi Stato, usi l’aereo di Stato per i tuoi capricci personali. Non si può chiedere al cittadino comune di andare al lavoro a piedi se tu, ministro di uno Stato qualsiasi, vai un giorno sì e l’altro pure in vacanza senza lavorare mai e senza sedere una sola volta al parlamento europeo per negoziare il regolamento di Dublino. Per dire. Ma soprattutto, non si possono e non si potranno mai cambiare realmente le cose, ovvero non si potrà mai salvare veramente il pianeta se gli sforzi non sono comuni, cioè se manca la volontà politica di farlo. Ma qui, chiaramente, ci scontriamo contro un iceberg, altro che contro un muro di gomma; troppi interessi in parte ancora occulti ruotano attorno alle lobby del petrolio, della finanza, delle armi. Troppi soldi per troppe poche persone: una pietanza troppo ghiotta per potervi rinunciare e per abbracciare la causa del bene e del benessere comuni.

 

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Ciao, Pier.

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018 – Indefinito

È da qualche giorno che desidero scrivere qualcosa; ma che cosa, non saprei. “E allora perché stai scrivendo adesso, se non sai bene neanche tu che cosa riportare?”, vi direte. E io vi dico che avete ragione.

Sono solita pubblicare articoli in cui parlo concretamente di qualcosa: di un fatto d’attualità, di politica, più raramente di religione… Invece, questa volta, non ho niente di concreto di cui parlarvi. “E perché parlare del più e del meno, come stai facendo tu, adesso, in questo preciso istante, non dovrebbe essere qualcosa di concreto?”, vi chiederete. E vi dico ancora una volta che sì, avete ragione. Parlare del nulla cosmico, del nulla più assoluto, può essere anch’esso argomento di un post; anzi, un articolo che non si focalizzi su alcun tema specifico – o “concreto”, come detto poc’anzi – potrebbe risultare addirittura meno banale e scontato rispetto ad altri. Scrivere del nulla: è una virtù, questa, a parer vostro?

Secondo me, sì. Vi dirò di più: sono dell’idea che non si possa scrivere del nulla. Quando si scrive, si scrive necessariamente di qualcosa, fosse anche solo la pura condivisione di sentimenti. E qui si apre un altro capitolo, un’altra porta: è possibile condividere sentimenti veri, reali, profondi, puri con la sola parola – una parola per di più scritta, dunque non letta da una persona terza che possa apportare nuovi elementi all’elaborazione di emozioni – una parola che non sia la propria voce interiore?

Ogniqualvolta leggiamo una qualsiasi cosa, la nostra voce interiore si fa carico della lettura. In realtà non ne sono sicurissima, ma credo che si tratti proprio della nostra voce, sebbene interiorizzata. Talvolta provo a sostituire la mia voce con quella di un’altra persona, una persona da me mai conosciuta nella realtà, ma solo nella mia immaginazione: non funziona che per una ventina di secondi, se va bene. Sì, mentre leggo penso al fatto che io stia leggendo con il mio tono di voce, con il mio timbro, con il mio volume tipici. Questo mi crea problemi, perché così facendo non riesco a concentrarmi sulla comprensione dei contenuti che vado via via leggendo. Il risultato è che devo sempre rileggere da capo uno stesso pezzo di testo, anche tre, quattro, cinque volte. Potete immaginare che questo mi crei problemi nello studio.

Volevo condividere con voi un’altra riflessione a proposito dell’argomento “scrivere del nulla”. Credo che scrivere – in generale, non importa che cosa – risponda sempre a una esigenza naturale di espressione. Pertanto, anche quando si scrivesse teoricamente del nulla, noi caricheremmo o contrassegneremmo ugualmente le nostre parole con le nostre tonalità più tipiche, ovvero noi veicoleremmo ugualmente dei sentimenti al pubblico, indipendentemente dall’argomento trattato, che sia il nulla cosmico o il tutto universale. Non c’è testo che non veicoli un sentimento, un’emozione. Mai. Tanto nello scritto quanto nel parlato e nelle loro varietà intermedie.

Avevo iniziato a scrivere questo post quando ero ancora pervasa da un sentimento assimilabile alla rabbia, alla frustrazione, alla tristezza e anche alla rassegnazione. Qualcosa – non so che cosa di preciso – mi ha spinto a scrivere questo post come reazione al mio stato d’animo. Come risultato delle tendenze negative caratterizzanti i miei moti interiori, sembravo essere diventata apatica. È forse cambiata la situazione, adesso?

Non molto. Sto meglio, sì, ma potrei stare meglio. Bel gioco di parole. A proposito, potrei scrivere un giorno dei giochi linguistici con cui ero solita giocare anni fa. Vedremo. Per il momento, vi ringrazio dell’attenzione dedicatami. A presto.

017 – Ancora sul capitalismo

Sono giunta da qualche tempo alla seguente conclusione: non c’è pace senza lotta. Democraticamente non si raggiunge alcun traguardo di pace, al limite solo compromessi che, come sempre, vanno contro gli interessi delle masse. Tuttavia, la lotta medesima contro il potere di qualsiasi tipo ha un valore nullo se manca di coesione, di cooperazione. Saremo sempre impotenti se noi, massa, non ci coalizzeremo per abbattere il nemico comune: il capitalismo e le sue forme, tra le quali contiamo la produzione e la vendita di armi contro nemici immaginari. La radice è il capitalismo, che va estirpata come si estirpa una pianta infestante.

Il capitalista non ha amici che non siano altri capitalisti (e anche qui, con cautela), ma solo nemici. Il capitalismo, di per sé, è la negazione dei valori sui quali si fondano le comunità umane: la cooperazione, la socializzazione, la solidarietà, il mutuo aiuto, il donare incondizionatamente. Tali virtù cozzano prepotentemente contro i “valori” del capitalismo, che fonda le sue basi sull’avarizia, sull’individualismo, sull’aridità di cuore. Tutto questo porta inevitabilmente all’accumulo indefinito di capitale nelle mani di pochissimi a scapito delle masse. Ho letto che otto uomini possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone nel mondo. Vi pare giusto? In tutta onestà: che cosa c’è di giusto in questo? Per quanto un individuo possa lavorare duro, per quanto possa sudare, per quanta responsabilità si celi dietro il suo lavoro, niente giustifica un dislivello così elevato. Assolutamente niente. Invece gli operai, i metalmeccanici, i fonditori, i manovratori di macchine, ecc., per la società capitalistica valgono pressoché zero. Perché? Perché sono milioni, e per il capitalista se ne muore qualcuno non è certo una tragedia. Questi operai assomigliano alle numerosissime api operaie solo per la loro caratteristica di essere sempre al servizio del proprio superiore: del datore di lavoro nel caso degli operai, dell’ape regina nel caso delle api operaie, per la quale esse possono sacrificare la propria vita. Ma vi è una differenza fondamentale tra gli operai umani e le api operaie: mentre i primi lavorano rispettando obbligatoriamente le condizioni stabilite dal capitalista (il quale può decidere di abbassare lo stipendio, di licenziare i propri lavoratori con sempre maggiore facilità, di interferire sulle concrete modalità di esercizio dei diritti sindacali, di compiere atti persecutori nei confronti dei propri dipendenti salvo poi ricattarli, ecc.), le api operaie affrontano la propria attività secondo natura. Esse non si ribellano all’ape regina loro madre, perché la stessa ape regina non agisce tirannicamente nei loro confronti. È la natura che detta loro le regole, non il denaro.

Da quando avete iniziato a leggere il presente articolo, è stata disboscata un’area di foresta pluviale amazzonica pari a venti campi di calcio. Il motivo principale di questo scempio è fare spazio agli allevamenti di bestiame, la cui carne va a finire nelle catene di fast food. È una vecchia storia, un fenomeno noto col nome di ‘hamburger connection’. Tra i principali complici di questo dramma ambientale si annoverano McDonald’s, Burger King e le grandi multinazionali alimentari Bunge e Cargill, che acquistano i raccolti delle monocolture intensive rese possibili dall’incendio delle foreste pluviali da parte dei proprietari terrieri. I soli Stati Uniti importano il 33% di tutta la carne di manzo del mercato mondiale per il consumo di fast food. Se siete consumatori di questo tipo di cibo spazzatura, a voi va tutto il mio disprezzo, il quale aumenta proporzionalmente all’aumentare del vostro consumo di fast food.

Dunque le cose stanno così. Ci dicono che il nemico comune è il terrorismo, quando invece esso si nasconde nella nostra “civilissima” civiltà occidentale. I suoi luoghi più rappresentativi sono le fabbriche di armi, i pozzi petroliferi, i conti off-shore, i palazzi e i salotti del potere, di ogni potere, ma non solo. Il capitalismo si annida in ogni luogo di interazione tra due o più individui di cui almeno uno abbia una posizione di rilievo, gerarchicamente dominante sulle altre. Le decisioni che fanno comodo a un pugno di uomini vengono prese senza tener conto delle ripercussioni che esse provocano sulle popolazioni civili. Spostare un confine, annettere un territorio a una determinata nazione, “conquistare” nuovi territori per dimostrare di essere potenti come risposta alla propria impotenza sessuale, apporre il marchio trionfale dell’impero sulle province o sulle colonie neo-acquisite: queste e altre azioni aberranti sono il riflesso della stupidità umana. Tutto il male di cui un essere umano è capace, presto o tardi si ritorce contro lui medesimo, contro tutti i civili che non hanno preso parte alle campagne di conquista (e di cui, al contrario, sono vittime) e contro tutti gli esseri viventi in generale. Ma tutti gli esseri viventi, vegetali e animali, costituiscono la base del sostentamento e del benessere umani: se tale base verrà distrutta dall’uomo, l’uomo stesso si autodistruggerà. Che è quanto sta accadendo. Stupido chi non lo vede.

 

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016 – Riflessioni incipitarie

Sono convinta che, di questo passo, non cambierà mai niente. Meglio, non cambieremo mai niente; le ingiustizie avverranno sempre e sempre esisteranno gli sfruttati e gli sfruttatori.

Sappiate che la situazione è estremamente grave. So che un mondo migliore, meravigliosamente migliore è possibile. Forse quanto più è sporco e gravido di nefandezze questo mondo reale, tanto più facilmente mi riesce immaginarne uno perfetto. Però, date queste premesse, la sua realizzazione sembra impossibile.

Ma non è così. C’è ancora una via d’uscita. A dire il vero, ce ne sono diverse. Dobbiamo muoverci in qualche modo, dobbiamo muoverci in una direzione che reputiamo essere giusta. La gente di senno, coscienziosa, consapevole, non prenderebbe mai una via opposta a quella volta alla realizzazione di un mondo giusto; tra l’altro, non sono rimaste molte vie d’uscita peggiori di quelle intraprese dal nostro governo, da Israele o dagli Stati Uniti d’America.

Qualcuno diceva che riconoscere la causa dei propri mali sarebbe già stato un ottimo punto di partenza verso la risoluzione degli stessi. Reputo questa frase vera. Ma ciò non toglie che un punto fondamentale verso la costruzione di un mondo migliore sia progettare il nuovo percorso di vita, atto questo forse ancora più importante – in valore assoluto – del riconoscimento delle cause dei mali, propri e altrui.

E cominciamo, dunque. Cominciamo a enumerare i mali del capitalismo. Sapete bene che la lista è lunga; a mio avviso, enumerare tutte le scelleratezze, gli abomini e i crimini del capitalismo in un unico post di blog motivando la loro mostruosità, come desidero fare, risulterebbe un’operazione fin troppo elaborata e farraginosa e, di conseguenza, potrebbe impedire una lettura scorrevole del testo.

E allora, come faccio? Partirò da un esempio concreto per poi eventualmente legare il ragionamento ad altre liane, ciascuna delle quali rappresenta un male del capitalismo.

Gli immigrati. Partirò parlando delle tragedie che portano nel proprio cuore i superstiti delle traversate della speranza. La causa delle loro morti e, prima ancora, delle loro partenze dai lager libici e, prima ancora, dai loro territori originari ricade tutta sulle spalle dell’Occidente. Del “civilissimo” Occidente. Di quell’Occidente che prima deruba i popoli del loro suolo, delle loro risorse minerarie e agroalimentari depauperandone i territori e che poi si rifiuta di accoglierli. Non basteranno milioni di scuse verso i migranti a cancellare la nostra repellente impronta di matrice neocolonialista. Sì, neocolonialista. Non voler capire o rifiutarsi di capire che il problema delle migrazioni di massa è causato dallo stile di vita occidentale, dalle nostre finte esigenze, dai nostri sprechi enormi nella vita di ogni giorno, significa rendersi complici di questo massacro quotidiano per il quale no, non voglio restare a guardare immobile.

L’Occidente posa le proprie fondamenta sull’oppressione. Non ne vado fiera, affatto. Se l’Impero romano era diventato così grande, questo era successo perché le legioni romane sconfiggevano militarmente, dunque con grande spargimento di sangue e col sacrificio di innumerevoli innocenti, le popolazioni che andavano via via incontrando lungo il proprio percorso di espansione. E poco importa che gli antichi romani scegliessero di accogliere quanto più possibile le religioni e le culture dei popoli che sottomettevano di volta in volta: la sete di potere aveva mostrato il suo volto, già allora, anche prima di allora e fino ad oggi.

Non ci sarà mai pace sulla Terra finché qualcuno desidererà avere più di quanto non abbia un altro. Forse, non ci sarà mai pace sulla Terra finché su di essa regnerà il genere umano. Ma di questo parlerò in un altro articolo.

 

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015 – Il popolo per il popolo

La storia si ripete. E noi non lo vediamo. Non vediamo il ritorno del Fascismo, sia che lo si consideri in qualità di ideologia malcelatamente mascherata dai partiti di Destra e dai partiti di ispirazione neoliberista, sia che lo si consideri come insieme di atteggiamenti in contrasto con i concetti di democrazia, di libertà e di morale. Per quanto riguarda il primo aspetto, considero Fratelli d’Italia, Forza Italia, Forza Nuova, Lega, CasaPound, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico essere malauguratamente gli esponenti più rappresentativi di questa ondata fascista di ritorno. Per quanto concerne il secondo aspetto, basti pensare al clima di odio ingiustificato che si respira contro gli immigrati, le persone LGBTQIA, i non credenti, le donne che scelgono di abortire, gli imprenditori che lottano contro il racket, il pizzo, il caporalato; in generale, basti pensare all’odio che gli “italiani brava gente” covano contro i più deboli, contro gli emarginati, contro coloro che non hanno mai avuto voce in capitolo e, in generale, contro chi non si conforma alla tipologia di italiano medio che si va inesorabilmente formando in questi anni di cambiamento, complice il ruolo manipolatore e distruttivo dei canali di “informazione” che trovano posto nei mezzi di comunicazione di massa.

Se chiedessimo a un individuo qualsiasi che odia gli immigrati il perché della sua avversione contro questa categoria di persone, ci renderemmo ben presto conto della fatuità, della frivolezza, dell’inconsistenza delle sue argomentazioni perché basantisi sul sentito dire e non su fatti reali o su dati statistici certi, concreti, giacché questi ultimi smonterebbero ad una ad una le sue vanesie convinzioni. La stessa cosa dicasi per tutti coloro i quali odiano gli omosessuali, il femminismo, la parte sana della magistratura, della politica, della gente, vale a dire chi non si conforma e non vuole conformarsi alla piega che sta prendendo il nostro Paese a causa degli atti di violenza intellettuale e fisica dilaganti scaturiti da ignoranza, da incapacità all’ascolto, da incomprensione delle ragioni altrui, da chiusura mentale, da stereotipi di ogni tipo. La violenza genera violenza, così come l’ignoranza genera ignoranza e così via per tutti i processi mentali negativi, in un rovinoso giuoco di circoli viziosi.

Appare chiaro che l’Italia necessiti di una riforma dal basso, non proveniente dai salotti né da Palazzo Montecitorio. Perché il potere aiuta il potere, non il popolo. È sempre stato così. L’Italia necessita di un movimento dal basso che inneschi un gioco di circoli virtuosi. Se i diritti basilari del popolo non sono considerati dai piani alti della politica, sarà il popolo a dettare la sua legge. Il popolo per il popolo. Vanno condotte iniziative popolari di istruzione, di educazione, di acculturazione dal popolo per il popolo, cioè da parte di chi possiede le capacità per aiutare il prossimo in ciò che il prossimo non sa. Perché il sapere è potere. Le iniziative popolari devono riguardare ogni ambito del vivere civile. Ogni città potrà contare su casse comuni, su gruppi di acquisto popolare e solidale, su biblioteche libere e pubbliche, su orti dal lavoro e dai frutti comuni, su teatri, atelier e fucine di cultura sempre attivi, su artisti, musicisti, insegnanti, giardinieri, ecc. che siano guidati dall’unico e intramontabile spirito di mutuo aiuto, di solidarietà, di partecipazione al fine di raggiungere il benessere comune. In altre parole, il Comunismo.

 

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014 – La falsa informazione

Stavo pensando a un tema delicato, soprattutto ai giorni nostri: l’informazione. Questo è il tema generale di cui desidero parlare; tema che, tuttavia, può essere diviso in capitoli. Io mi focalizzerò su tre di essi:

1) la veridicità dell’informazione trasmessa;
2) la scelta delle informazioni trasmesse;
3) lo spazio dedicato alla loro trasmissione nei maggiori canali d’informazione.

1) Per quanto riguarda il primo punto, sappiamo bene del potere distorcente dei mezzi di comunicazione di massa; non solo telegiornali, ma anche libri, film e trasmissioni radiofoniche hanno il potere di raccontarci falsità; che è ciò che accade quotidianamente. I maggiori canali d’informazione riportano falsità agli occhi e alle orecchie degli italiani. Come fanno? In quale modo riescono a far passare per veritiere informazioni false?

2) Semplicissimo: dato un determinato avvenimento, avente origine in un punto A e concludentesi in un punto B, i falsi giornalisti, i falsi autori, i falsi registi, ecc. tagliano tale avvenimento originario in più parti; poi, nella ricostruzione degli eventi da trasmettere agli italiani tramite giornali, articoli internet, servizi di telegiornale, film, libri, ecc., tali parti vengono assemblate in modo tale da far passare per cattive le vittime e per buoni i carnefici. Cattivi sono i civili che sfuggono da guerre causate da chi detiene il potere di decidere delle loro sorti, buone sono le motivazioni del massacro di interi popoli innocenti. Cattivi sono gli abitanti delle favelas brasiliane, buoni sono la polizia che spara su di loro e coloro che ordinano ai poliziotti di farlo. Cattivi sono i messicani che, pur di sfuggire alla violenza delle bande armate e a quella domestica, cercano riparo negli Stati Uniti; buoni sono gli Stati Uniti che, pur di dimostrare ipocritamente e falsamente i muscoli contro i più deboli, dirigono le operazioni di costruzione di un muro che separi i due Paesi. Cattivi sono gli immigrati che sbarcano sulle coste italiane, greche e spagnole; buoni sono i “democraticissimi” e “civilissimi” Paesi occidentali. Ma nessun canale di informazione vi dirà mai come stanno veramente le cose. Nessun telegiornale vi dirà mai che nelle favelas i narcotrafficanti si contendono il controllo della zona cercando di imporre le proprie regole alla popolazione e che la polizia, per far rispettare l’ordine, non risparmia pestaggi e arresti sommari. Nessun giornale vi dirà mai che gli Stati Uniti d’America si servono del continuo flusso di forza lavoro a basso costo in arrivo da oltre frontiera per rafforzare la propria economia. Nessun film vi dirà mai che l’Occidente sfrutta, depauperandole, le terre da cui sono originari gli immigrati che cercano fortuna in Europa.

3) Alla luce di queste riflessioni, mi sono chiesta che cosa possiamo fare noi, cittadini comuni, non solo per impedire la diffusione di informazioni false, ma soprattutto per diffondere la verità. La mia risposta è sempre la stessa: Resistenza. Il mio concetto di ‘resistenza’ non indica un atto passivo, ma attivo. La resistenza non si limita a negare le false verità propinateci dai maggiori mezzi di comunicazione, ma deve consistere primariamente nella diffusione attiva della verità. La resistenza teme una cosa sola: la solitudine. Meno si partecipa alla causa della giustizia, più la disinformazione primeggerà. Meno si agisce da cittadini attivi a cui sta a cuore il benessere comune, più saranno diffusi la violenza, la disumanità e il malcontento. Se invece tutti noi facciamo la nostra parte, informandoci da quelle pochissime fonti non distorcenti la realtà dei fatti, la nostra attività di resistenza diventerà una voce grande, autorevole e – si spera – un giorno maggioritaria. Questo atteggiamento è sinonimo di solidarietà, di mutuo aiuto, di rispetto per la persona e per la sua dignità. Siate umani, siate resistenti.

 

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013 – Un punto (parziale) della situazione

Facciamo il punto della situazione. Immaginate un punto che diventa sempre più largo man mano ci avviciniamo ad esso, al punto che non sia più considerabile come punto. Immaginate questa figura come una ellisse o un cerchio. Immaginate adesso che sul perimetro della prima o sulla circonferenza dell’altra spuntino dei segnali di demarcazione simili a segmenti o punti:

Ellisse con punti

Si immagini ora che ciascun punto – o segmento – costituisca un tema del quale voglio parlare.

§ Avanzamento dei fascismi – Mi vien da dire poco a questo proposito, pur avendo la testa piena di pensieri che tingono di negativo qualsiasi azione fascista, forse perché ogni azione fascista è negativa. Questo presuppone – ed è ciò che penso – che esistano confini ben precisi per definire il bene e il male, o ciò che è bene e ciò che è male. Il fascismo non è solo Forza Nuova, Alleanza Nazionale, Fiamma Tricolore e compagnia brutta. Il fascismo è tutto quello che priva un essere umano della propria libertà; libertà di esprimersi, di fare o di non fare qualcosa, di pensare o di non pensare a qualcosa. Impedire a una donna di abortire è fascismo. Impedire a un uomo di vestirsi da donna è fascismo. Violentare è fascismo. Ricattare è fascismo. La mafia è fascismo. Il capitalismo è fascismo. Queste dunque le mie opinioni sull’applicabilità del termine ‘fascismo’ e sulla sua capacità di adattarsi a situazioni di varia natura ma che abbiano in comune la caratteristica della privazione della libertà.

§ Inquinamento – Mi vien da dire ancora meno per l’inquinamento che per l’avanzamento dei fascismi. Ripeto che il mondo sta andando in rovina a causa dell’essere umano e che l’intero sistema deve cambiare. Ma il sistema non è una persona con una personalità e un cervello autonomi, bensì è costituito da più individui. Quindi è ciascuno di noi a dover cambiare e se aspettiamo che sia l’altro a fare la prima mossa, sarà troppo tardi. In pillole: sono per la decrescita del numero di individui che popolano la Terra. Sono per la redistribuzione della ricchezza. Sono contro lo sfruttamento delle materie prime, qualsiasi esse siano. Sono per l’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile. Sono per l’instaurazione di un diverso sistema economico; un sistema che metta al centro l’armonia reciproca tra tutti gli esseri viventi; un sistema in cui tutti siano la priorità e non solo l’essere umano.

Vi è dell’altro, tanto altro ancora che vorrei cambiasse; ma ne parlerò un’altra volta, forse. Per il momento, vi bastino le presenti informazioni, in gran parte già note.